L'editoriale

«Sai fischiare?»

In oratorio ci si dà del tu. Se Don Bosco avesse cominciato la sua opera educativa con un formale “Scusi, lei sa emettere dei richiami sibilando o zufolare qualche armonia?” forse oggi Bartolomeo Garelli sarebbe ricordato come uno dei tanti giovani delinquenti torinesi che, dopo le bastonate del sacrestano per i furti in sacrestia, avrebbe proseguito la sua carriera criminale fra colpi via via più clamorosi e qualche passaggio formativo in carcere. Invece un semplice e diretto “Sai fischiare?” ha rotto lo schema e ha dato la possibilità a Bartolomeo di essere il primo ragazzo dell’oratorio.

Mi chiedo se qualche Senatore della Repubblica ha pensato a questo aneddoto della tradizione salesiana mentre approvava il Disegno di Legge sull’Educazione non formale. La settimana scorsa, vale la pena ricordarlo visto lo scarso risalto avuto dalla notizia, è stata approvata dal Parlamento una legge che riconosce e sostiene le iniziative educative che si muovono fuori dai percorsi formativi istituzionali come ad esempio i centri estivi, le attività associative, ma soprattutto gli oratori, citati esplicitamente nel testo della legge.

Me lo sono chiesto perché la definizione di “educazione non formale” non è proprio intuitiva; anzi, arriva piuttosto distante dalla spontaneità del gioco e delle amicizie che si sperimentano in un oratorio o in un grest. Stimolato dalla questione ho ascoltando alcuni degli interventi parlamentari che hanno preceduto il voto, ho capito che almeno qualche senatore aveva in mente quel mondo di relazioni spontanee e che la legge nasce proprio come risposta al bisogno di riconoscere e tutelare quello spazio educativo che durante il covid abbiamo scoperto fragile ma indispensabile.

L’iter seguito dal provvedimento è stato piuttosto articolato. Ipotizzato nell’ambito del “Family act” nel 2022, esso riprende l’istituzione di un fondo per l’educazione creato nella legge di bilancio 2025 e viene presentato come disegno di legge a gennaio 2025 per poi essere approvato in via definitiva dal Senato il 17 luglio con il voto favorevole di tutti i gruppi parlamentari. Quattro articoli tutto sommato semplici e chiari per essere una legge. Le risorse economiche messe a disposizione sono risibili, ma c’è l’indicazione esplicita che il sostegno all’educazione non formale si fa attraverso percorsi di co-programmazione e co-progettazione con gli enti del Terzo Settore e gli enti religiosi e non con gare d’appalto. Due specifiche significative: l’attenzione ai nuclei con minori con bisogni educativi speciali o disabilità e la possibilità per i Comuni di stipulare convenzioni per l’utilizzo degli spazi scolastici al di fuori degli orari didattici tradizionali.

Tornando allo iato fra il «Sai fischiare?» e «l’educazione non formale», fra la relazione educativa che apre uno spazio di libertà, di espressione, di protagonismo e il tentativo istituzionale di proteggere cornici di attività definendole in negativo rispetto alla formalità della scuola, mi sembra che ciò che si muove lì in mezzo, che forse stride, che si surriscalda o si raffredda secondo dinamiche più emotive e affettive piuttosto che razionali, è la comunità degli adulti che ospita i propri giovani e che, da un lato è chiamata ad essere educante, dall’altro è spaventata da questo compito che spesso è faticoso ed “in perdita”. Se fosse così, la discrezione e la prudenza di una legge giusta e condivisa, anche nel frastuono delle grida che invocano punizioni rassicuranti, può essere un passo verso una comunità educante migliore, in cui un giovane, magari in difficoltà, può trovare accoglienza, aiuto e la propria strada per una vita piena.

Raffaele Fabris 
educatore, presidente dell’Associazione Il Ponte – Oratorio Don Bosco di Pavia di Udine

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