«Se vogliamo rilanciare la montagna dal punto di vista demografico dobbiamo riportarci le donne». A dirlo è stato Paolo Ermano, docente di Economia all’Università di Udine, presentando, sabato 12 settembre, a Malborghetto, il volume “La montagna friulana tra crisi demografica ed ipotesi di ripresa”, scritto a quattro mani con Alessio Fornasin, docente di Demografia all’ateneo friulano e pubblicato nella collana “Cantiere Friuli”.
Tra le novità della ricerca – come abbiamo scritto sul precedente numero de La Vita Cattolica di mercoledì 9 settembre – c’è infatti proprio la scoperta dell’alto tasso di mascolinità della montagna friulana, che nel 2025 era in stato di sostanziale parità, di 3,5 punti al di sopra della media regionale e di ben 6,5 punti al di sopra delle città capoluogo. Un fenomeno, spiegano i ricercatori, legato anche alla maggiore formazione delle donne che quindi si sono spostate in pianura, dove il settore terziario offre più possibilità di lavoro, a differenza della montagna dove invece si è molto indebolito.
«Riportare le donne in montagna – ribadisce Ermano – è fondamentale, perché sono loro che hanno la capacità biologica di riprodurre la vita e senza di loro non si riparte». E stando così le cose neppure l’immigrazione è una soluzione: «Senza servizi neppure le donne migranti vengono in montagna. Lo dimostra il fatto che qui la quota di immigrati è ferma dal 2008 e nella componente femminile è formata da adulte o anziane, probabilmente badanti, non quindi soggetti con potenzialità biologiche. Ne consegue che o ci si concentra sulle donne, le loro esigenze, le loro richieste e opportunità o dal problema non se ne esce. È una bella sfida in una società che fa molta difficoltà a parlare di questi temi».
Ebbene, come affrontarla questa sfida? «Una funzione – riflette Ermano – potrebbe averla l’ente pubblico. Nella Regione Fvg, ad esempio, il 60% degli occupati è costituito da donne. Ebbene, se in montagna si potenziassero gli enti pubblici molto probabilmente potenzieremo anche la domanda di lavoro femminile».
A livello più generale, secondo l’economista dell’Università di Udine vi sono alcune misure urgenti e necessarie: «Innanzitutto servirebbero leggi più stabili, immaginando un percorso di almeno 15 anni. In questo senso forse investire sulla neve non è l’idea più brillante. È necessario un cambio di paradigma».
Tra le questioni da affrontare vi è quella delle seconde case, sollevata anche nell’incontro di presentazione del libro a Malborghetto. «Ce ne sono troppe – evidenzia Ermano – e questo aumenta il costo del mercato immobiliare, con la conseguenza di frenare i giovani che vogliono andare ad abitare in montagna». In questo senso, secondo Ermano, anche il cambiamento climatico – che solitamente viene visto come un fatto positivo per la montagna, grazie alle temperature più miti che qui si mantengono – non è un aspetto che può portare vantaggi. «Non lo sarà se porterà solo ad un boom delle seconde case o di qualche presenza in più di turisti, senza fare aumentare i residenti». «Per le “terre alte” – prosegue – servirebbero regole per il mercato immobiliare diverse da quelle della pianura. Penso a percorsi più semplici per consentire ad un Comune, o ad un’agenzia pubblica, di fare da facilitatore fra chi è proprietario di immobili e non li utilizza e chi ne avrebbe bisogno».
Altro aspetto è la dimensione dei Comuni. «Forse – riflette Ermano – sarebbe importante spingere verso forme aggregative, così da aumentare la capacità di spesa pubblica in montagna. Un piccolo Comune non è attrattivo dal punto di vista occupazionale per un laureato. Invece, un Comune che ha un territorio di un’intera vallata potrebbe esserlo».
Altra possibilità è «sfruttare l’autonomia speciale del Friuli-Venezia Giulia per creare una fiscalità agevolata per chi abita in montagna, prevedendo l’esenzione dell’Irpef o dell’Iva». «Sono tante le cose che si potrebbero sperimentare – aggiunge Ermano – e sarebbe meritorio farlo: la montagna occupa il 43% della superficie della regione ed è importante che venga mantenuta».
D’accordo sulla necessità di un cambio di paradigma anche Alessio Fornasin: «Restando così le cose, il divario tra la montagna friulana e il resto della regione aumenterà ancora». Detto questo lo studioso ribadisce che il problema demografico riguarda non solo la montagna e la nostra regione, ma tutta l’Italia e buona parte dell’Europa. Di qui la necessità che «le politiche per invertire questa tendenza siano pensate a livello non solo nazionale, ma anche sovranazionale e poi che abbiano una continuità nel tempo. Di certo la montagna, essendo più esposta degli altri territori al declino demografico, può essere vista come anticipatrice di quello che potrebbe succedere nel resto della regione se non si interverrà».
«Per ripopolare la motagna bisogna renderla a misura di donna»














