«Una sorta di goccia che fa traboccare il vaso». È così che Eva Pascoli, presidente dell’Ordine degli Psicologi del Friuli-Venezia Giulia, descrive il momento in cui una situazione familiare già segnata da tensioni e fragilità può sfociare in un’esplosione violenta. Ma dietro quella goccia, spiega, c’è spesso un vaso che si è riempito nel corso degli anni: conflitti non affrontati, solitudine, carichi di cura concentrati su una sola persona, perdita di punti di riferimento.
Partendo dai recenti episodi di violenza che hanno scosso il Friuli – ultimo, in ordine di tempo, l’omicidio di un anziano in una casa di riposo di Percoto (Pavia di Udine), per il quale la figlia ha confessato – in un’ampia intervista pubblicata sulla Vita Cattolica del 16 settembre 2029, a cura di Valentina Zanella, Pascoli invita a non fermarsi alla cronaca e a interrogarsi su ciò che accade prima della tragedia: «Dovremmo chiederci che cosa si accumula negli anni e che cosa è mancato». Una riflessione, la sua, che si allarga alle trasformazione che sta vivendo la famiglia e alla progressiva perdita di quelle reti di sostegno che sono fondamentali per aiutare a gestire le difficoltà prima che diventino insormontabili. Qui un estratto
Dott.ssa Pascoli, in poche settimane in Friuli si sono verificati tre gravi casi di omicidio in ambito familiare. Pochi giorni prima del caso di Percoto il delitto di Sant’Osvaldo, a Udine, dove un uomo ha ucciso il fratello dell’ex compagna. E a fine agosto il femminicidio di San Giovanni al Natisone.
La famiglia è diventata più fragile rispetto al passato?
«Sì, in un certo senso la famiglia oggi cerca di “resistere”, ma spesso le manca quella struttura di contorno che in passato poteva sostenerla nei momenti di difficoltà. Inoltre molte famiglie sono monogenitoriali e non sempre ci sono figli disposti a prendersi cura dei genitori, che oggi vivono più a lungo rispetto al passato. La famiglia sta attraversando una fase di profonda trasformazione. Penso alla famiglia allargata, alla presenza dei nonni, ai rapporti di vicinato…Rispetto al passato inoltre oggi i ruoli sono meno definiti e questo può complicare le cose».
Il cambiamento delle dinamiche familiari modifica anche il modo in cui nascono e si sviluppano i conflitti?
«Sì. La famiglia dovrebbe funzionare come un’organizzazione: quelle che funzionano bene hanno ruoli, compiti e regole, mentre oggi tutto questo è sicuramente più sfumato. Spesso manca il tempo materiale per negoziare alcune soluzioni. In un certo senso, questa minore rigidità dei ruoli può favorire legami più autentici, ma il problema si pone quando la famiglia attraversa una fase di crisi».
Le crisi in famiglia ci sono sempre state. Che cosa è diverso oggi?
«Rispetto al passato, oggi la crisi si traduce più spesso nella rottura di un legame, ma le famiglie non sempre possiedono gli strumenti per accompagnare queste fasi. Una separazione, per esempio, può comportare la perdita di un ruolo e talvolta anche di un’identità costruita intorno a quel legame. Se la crisi non viene compresa ed elaborata, si rischia di non aver acquisito gli strumenti necessari per affrontare i momenti di difficoltà».
Cosa può accadere?
«La rottura di un legame comporta una perdita e, talvolta, anche una forte sensazione di disorientamento. Se questa perdita non viene elaborata, può emergere il tentativo di mantenere il controllo sull’altra persona. Ci sono sicuramente tragedie familiari che si consumano nella difficoltà di condividere ruoli e aspettative. Credo però sia importante distinguere i reati legati alla violenza di genere, che hanno caratteristiche specifiche, dalle situazioni che si sviluppano anche perché non c’è una rete di sostegno e le famiglie sono poco supportate e isolate».
Che cosa può trasformare una situazione di insofferenza in un’esplosione violenta?
«In molti casi quella che viene alla luce è soltanto la punta di un iceberg, che nasconde una serie di problematiche magari non considerate per anni, a volte anche da chi le vive, per una sorta di istinto di sopravvivenza. A un certo punto può verificarsi qualcosa che noi chiamiamo “fattore precipitante”: una sorta di goccia che fa traboccare il vaso».
È possibile prevenire la reazione violenta quando si arriva a quel “fattore precipitante”?
«Credo che dovremmo interrogarci, come società, sul perché si arriva ad avere un vaso così pieno. Dovremmo chiederci che cosa si accumula negli anni e che cosa è mancato. Perché non è stato chiesto aiuto? Perché quella persona o quella famiglia è rimasta sola? Dall’isolamento ci si salva attraverso la rete».
L’intervista completa si può leggere sulla Vita Cattolica del 16 settembre 2029














