Udine e dintorni

L’Arcivescovo Crepaldi al Bearzi parla di Dottrina sociale: «I cattolici in politica la studino»

Ritornare allo studio della dottrina sociale della Chiesa. E a farlo dovrebbero essere in primo luogo i cattolici impegnati in politica. È l’auspicio di mons. Giampaolo Crepaldi, arcivescovo emerito di Trieste. Il presule sarà domenica 20 settembre all’Istituto salesiano Bearzi di Udine dove, alle ore 17 nella sala Zampolo, presenterà il suo libro “Lezioni di Dottrina sociale della Chiesa”, nel corso di un incontro aperto a tutti organizzato dalla Parrocchia.
«La dottrina sociale – afferma mons. Crepaldi – è un aspetto fondamentale perché la Chiesa, vivendo nel mondo e per il mondo – pur non essendo del mondo – non può tralasciare la propria missione di animarlo cristianamente. Quando si interessa della promozione umana, quando annuncia le regole di una convivenza nella pace e nella giustizia, quando lavora per l’instaurazione di rapporti ed istituzioni più umane essa insegna la via che l’uomo deve percorrere in questo mondo per entrare nel Regno di Dio».
Nel suo libro lei dedica un capitolo a quelli che Benedetto XVI definì i “principi non negoziabili”. Perché li ritiene necessari, anche in una democrazia?
«Basta un semplice dato di esperienza per capire che i principi non negoziabili – riguardanti intangibilità della vita umana, famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, libertà di educazione e solidarietà sociale – hanno un rilevante significato politico. Nonostante si tenda ad affermare che quella dei principi non negoziabili è una questione di coscienza personale che i partiti e i governi dovrebbero lasciare ai singoli, essa continua ad essere oggetto nelle nostre democrazie di contenzioso politico. Basta riferirsi a quando la politica pretende di decidere cosa sia famiglia e cosa no, oppure chi debba vivere oppure no, o quanti embrioni umani impiantare e quanti distruggere… I principi non negoziabili pongono un freno a una politica che pensa di essere onnipotente e che, invece, si trasforma facilmente in ideologica».
Che differenza c’è tra il “bene comune” che propone la dottrina sociale della Chiesa e i concetti di interesse o bene pubblico?
«Il principio del “bene comune “ si riferisce ad un concetto rilevante sul piano antropologico e morale, radicato nella dignità trascendente della persona e orientato alla sua piena realizzazione. Invece i concetti di interesse pubblico o bene pubblico sono categorie giuridico politiche che riguardano la gestione dei beni e dei servizi necessari alla vita sociale, senza implicare una visione integrale dell’uomo. Papa Leone XIV, nella Magnifica Humanitas, arricchisce ulteriormente evidenziando le implicazioni etico-culturali presenti nella relazione tra il concetto di bene comune e i temi della giustizia sociale, dell’equità nell’accesso alle risorse, della tutela dei diritti fondamentali e della promozione della pace».
Come può esprimersi la presenza dei cattolici nella politica di oggi? Quale il loro compito?
«Nel rispondere, mi limito a formulare un auspicio: i cattolici in politica ritornino a scuola a studiare la dottrina sociale, per essere poi capaci a utilizzarla nello spazio pubblico. Spesso il suo utilizzo è frenato dall’idea che le realtà umane hanno la loro autonomia e che il cristianesimo riguardi le coscienze e non le leggi o le istituzioni. Si pensa anche che la fede cristiana non possa né debba generare una cultura e se dà luogo ad un’etica sociale rischia di trasformarsi in religione civile. Si preferisce parlare di testimonianza, di coscienza, di lievito e sale e non si è fino in fondo convinti che il cristianesimo abbia un ruolo pubblico, né che esso non sia solo utile ma anche indispensabile e necessario per la vita sociale. Si finisce anche per accettare l’idea che quando i cristiani entrano nella sfera pubblica e in politica debbano esibire solo argomentazioni di ragione e non di fede, riducendo in questo modo la fede ad opinione e prospettando una religione senza etica, priva di una proposta di verità, oltre che di carità, sulla persona e sulla società. Quindi, con la dottrina sociale o senza la dottrina sociale? Questo è il punto che discrimina tra l’autenticità e la non autenticità del cattolico in politica».

Stefano Damiani

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