Un impegno corale che ha portato a centrare un obiettivo importante. La rete delle realtà che ha sostenuto e promosso la proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di un «Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta» esulta, perché – al fotofinish, lunedì 14 settembre – il traguardo delle 50 mila firme è stato raggiunto. Ora si procederà con l’incardinamento della proposta al Senato, dove sarà affidata alle commissioni Affari costituzionali, Esteri e Difesa. Il deposito a Palazzo Madama avverrà la prossima settimana.
Nell’ultimo mese a mobilitarsi per accelerare la raccolta era stato, sul territorio udinese, un gruppo di persone accomunate dall’esperienza dell’obiezione di coscienza al servizio militare e del servizio civile prestato alla Caritas diocesana di Udine, ed oggi a vario titolo impegnate professionalmente e socialmente: «La nostra obiezione di coscienza – si leggeva nel loro “manifesto” sostenuto anche dalla Caritas diocesana e dal Centro missionario – nasce dal rifiuto della violenza e delle armi che riteniamo strumenti eticamente inaccettabili e praticamente inefficaci per difendere la patria. Il nostro Servizio civile ci ha permesso di sperimentare modi alternativi di difendere il nostro paese dalle vere minacce che lo affliggevano allora: le diseguaglianze, la solitudine, l’ignoranza, le dipendenze, le malattie. Più di recente a quelle sfide se ne sono aggiunte altre di carattere epocale, come il cambiamento climatico, le migrazioni, le pandemie, il degrado della natura. Eppure, il dibattito pubblico è sempre più dominato da rigurgiti bellicisti che alimentano la crescente corsa al riarmo, giustificandolo in risposta a minacce altrui, ma che nei fatti alimenta l’insicurezza e la tensione internazionale».
Il testo della proposta prevede l’istituzione di un Dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta presso la Presidenza del Consiglio che metta a sistema strumenti già esistenti nell’ordinamento sotto un’unica strategia orientata alla prevenzione. Quattro i pilastri concreti: il potenziamento del Servizio civile; l’istituzione dei Corpi civili di pace, formati da personale preparato a intervenire nelle aree di crisi prima dell’escalation militare; il rafforzamento della Protezione civile come strumento di difesa del territorio dalla devastazione ambientale e climatica e la creazione di un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo. Il tutto finanziato da un fondo pluriennale stabile e dalla possibilità per i cittadini di destinare il 6 per mille dell’Irpef a queste attività.
«Questo tipo di difesa – ha evidenziato Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento e coordinatore della campagna “Un’altra difesa è possibile” –, finora non è mai stato preso in considerazione, perché tutti i finanziamenti sono sempre andati esclusivamente alla difesa armata. Noi vogliamo coprire questo vulnus attraverso il Dipartimento, che avrebbe il compito di mettere in campo politiche di difesa civile e non violenta, l’anello di congiunzione tra l’articolo 11 e 52 della Costituzione». Va precisato che la proposta non mette in discussione ciò che già esiste: «La nostra è un’aggiunta costruttiva e complementare – ha spiegato Valpiana –, sulla scia della sentenza della Corte Costituzionale del 1985, che ha riconosciuto la pari dignità di forme civili di difesa della Patria, ampliando così il concetto oltre la dimensione militare tradizionale». Il dipartimento, nell’idea dei promotori, servirebbe quindi anche a spostare parte dei fondi destinati alla difesa armata sulla pace.
Intanto Francesco Vignarca, della Rete italiana pace e disarmo, guarda avanti: «Nello momento in cui depositeremo formalmente le firme, inizieremo un’azione di pressione sui gruppi parlamentari affinché calendarizzino la proposta e inizino a discuterla, anche con una serie di audizioni. E poi continueremo a parlarne nei territori in tutta Italia».
A.P.














