Magnifica humanitas

Non un’appendice dell’algoritmo. Il lavoro secondo “Magnifica Humanitas”

Con “Magnifica Humanitas“, firmata il 15 maggio scorso nel centotrentacinquesimo anniversario della “Rerum Novarum“, Papa Leone XIV consegna un testo che non si limita a descrivere i rischi dell’intelligenza artificiale, ma ne interroga il modello di sviluppo sottostante. Il capitolo dedicato al lavoro muove da una domanda che i giuslavoristi conoscono bene, ma che raramente trova formulazione così netta: la tecnologia serve la persona o la persona finisce per servire la tecnologia?

La distinzione proposta dall’enciclica è tanto semplice quanto efficace: esiste una tecnologia che sostituisce e una che abilita. La prima riduce la persona che lavora a funzione residuale di un sistema pensato per fare a meno dell’umano; la seconda amplia le sue possibilità, senza pretendere di misurarne il valore solo in termini di efficienza. Non è una distinzione astratta: è il criterio con cui il diritto del lavoro da tempo prova a valutare i sistemi di gestione algoritmica, ormai diffusamente utilizzati per la selezione del personale, la regolamentazione dei turni e la valutazione delle prestazioni. Quando questi processi vengono affidati all’algoritmo, deve permanere la sorveglianza umana, per evitare che la macchina, priva di coscienza e di responsabilità, possa assumere in autonomia decisioni che incidono sulla vita delle persone.

Ciò che rende il documento interessante per chi si occupa di regolazione del lavoro non è la denuncia, già nota e assai concreta, del rischio occupazionale di questa trasformazione, che peraltro si profila rapida nei tempi e assai impattante nei numeri e nelle professionalità coinvolte. Quel che si sottolinea con insistenza è la dimensione redistributiva: un progresso che aumenta la produttività senza redistribuirne i benefici, senza partecipazione dei lavoratori e senza un investimento in competenze non riduce le disuguaglianze ma le consolida, trasferendo sempre più potere verso chi controlla infrastrutture e dati. L’Enciclica denuncia anche nuove forme di sfruttamento invisibile: quello di chi, in condizioni precarie e nei paesi più poveri, estrae le materie prime necessarie, addestra e modera i sistemi che altri utilizzeranno.

Un profilo meno commentato riguarda genere e genitorialità. L’enciclica chiede “scelte concrete” a favore delle donne, in materia di legislazione, lavoro, istruzione e responsabilità sociali e politiche (n. 57), e collega il tema alla famiglia, “bene sociale primario” da sostenere, anche con politiche del lavoro capaci di garantire stabilità e ritmi umani (n. 165). È un richiamo che investe la conciliazione tra tempi di cura e di lavoro: finché resterà un problema scaricato quasi esclusivamente sulla componente femminile del mercato del lavoro, nessuna trasformazione tecnologica potrà dirsi equa.

Sul piano propositivo, il testo non si ferma alla denuncia: indica la necessità di un governo condiviso della trasformazione digitale, coerente con i principi della dottrina sociale: coinvolgimento delle persone rispetto alle decisioni che le riguardano, trasparenza degli strumenti algoritmici, destinazione dei dati verso un beneficio comune, come peraltro può già vedersi nelle regole che l’Unione europea ha già iniziato a introdurre sul tema e che confermano l’esistenza di un sogno europeo ancora valido e da perseguire.

Resta un nodo aperto: quello dell’effettività. Un’enciclica orienta le coscienze e non produce norme cogenti: la sua forza si misurerà con la capacità di istituzioni, imprese e parti sociali di tradurla in strumenti concreti, dalla contrattazione collettiva alla regolazione pubblica. In questo risiede, a parere mio, il contributo più utile del documento: ricordare che governare l’IA nel lavoro non è una questione tecnica, ma interroga sul modello di società che vogliamo costruire.

Anna Zilli
Professoressa di Diritto del lavoro, Università degli Studi di Udine

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