In queste ultime settimane è partito un ritornello che risuona un po’ dappertutto: bisogna ascoltare i giovani. Come tutti i ritornelli deve essere molto generico ed associare in una categoria (i giovani) tutto ciò che passa davanti ad ognuno di noi e ha meno di 35 anni (la fascia della gioventù negli ultimi tempi è diventata nel frattempo più “anziana”). Facendo questo ci si lava un po’ la coscienza, ma allo stesso tempo ci si mette nella condizione di non poter risolvere un bel nulla.
La cosa più interessante che ho letto sui giovani in questi ultimi tempi è un passaggio dell’enciclica “Magnifica Humanitas” di Papa Leone XIV: “Molti sistemi formativi faticano ad aggiornarsi al ritmo dei cambiamenti e a sostenere una crescita integrale degli studenti. Lo sviluppo delle tecnologie informatiche e dell’IA rende rapidamente inadeguati programmi di studio pensati per un’altra epoca, mentre l’organizzazione della scuola, gli spazi, i metodi di valutazione e la stessa figura dell’insegnante chiedono di essere ripensati.” Mi ha molto stupito che la Chiesa Cattolica sia intervenuta in maniera incisiva sulla questione dell’Intelligenza Artificiale, mentre i partiti politici che vogliono il nostro voto, i sindacati che dovrebbero difendere il lavoro prima delle pensioni, i sociologi e gli psicologi che sembrano tutti presi da un delirio di onnipotenza, le famiglie che sanno vietare poco e plaudono a chi dice di saper vietare tutto, non sono stati capaci dui dire un bel nulla. Ecco: l’ascolto parte dal saper rispondere perché si è capita la domanda. E la prima domanda dei giovani è molto semplice: cambiate questa scuola nozionistica e noiosa, clone di quella di cinquant’anni fa.
Allora qual è la domanda dei giovani? Se si ascolta attentamente di domande ce ne sono tante, forse troppe, e nessuna simile all’altra. Ci sono tantissimi giovani che vogliono studiare e poi costruirsi un futuro, che però non spaccano niente, non insultano, non hanno problemi psicologici o di adattamento, non fanno parte di periferie culturali e fisiche degradate, non si drogano, non hanno tendenze all’isolamento e non sono rimbambiti dal digitale, che difficilmente riescono a farsi ascoltare. Chiedono una normalità educativa e il rispetto per la loro gioventù, ma sono educati e quindi per loro la sociologia non sposta nemmeno una virgola. Se cortei pacifici e assertivi chiedono che si valuti con attenzione quanto costi laurearsi oggi in Italia c’è solo una risposta da dare: diminuire i costi per prendere una laurea, in modo da eliminare le barriere economiche che poi creano baratri sociali. Ma se giovani spaccano tutto quello che si trovano davanti, vanno prima repressi e poi ri-educati, visto che il “primo giro” di educazione non ha prodotto una qualità accettabile di competenza civica.
È però normale che il disagio sociale e psicologico faccia più paura delle aspirazioni normali di giovani pronti a combattere per il proprio futuro senza ricorrere a gesti eclatanti. E allora per ogni categoria ci deve essere un ascolto diverso: chi spacca tutto con gioia e voluttà è certamente un’anima persa a cui la prigione non fa nient’altro che accentuare gli elementi di criminalità che ci sono nella sua testa: la domanda è se abbiamo competenze e strutture alternative per affrontare questo tipo di emergenza. A occhio direi di no e non vedo neppure una spinta progettuale in tal senso, mentre il richiamo costante ai servizi sociali così come sono strutturati oggi (tante riunioni per redigere diagnosi evidenti all’occhio e poca forza d’intervento) indica una direzione perdente. Il buco profondo in cui purtroppo sono caduti molti giovani (Hikikomori cioè isolamento assoluto dalla vita pubblica, anoressia, disagio psicologico, abuso di droghe, emarginazione sociale, Brain Rot cioè cervello reso marcio dall’eccesso di tempo passato davanti al cellulare a vedere contenuti di nessuno valore) merita un’attenzione specialistica, costosa, tempestiva. Io in giro vedo e sento solo soluzioni generiche. Alcune eccezionali come molte persone che lavorano nei servizi sociali, altre avvilenti, troppe impotenti.
Ai giovani non si può chiedere una visione del mondo e del futuro, perché sono presi dalla fretta della propria crescita. Vedono un solo problema: il loro. E fanno bene a farlo perché senza quel sano egoismo che porta a sentirsi il centro del mondo la crescita di una società si arresta. I giovani hanno bisogno del supporto di noi adulti, ma non del paternalismo e dell’accondiscendenza. Cioè bisogna dare ragione ai giovani quando pensiamo che abbiano ragione e torto quando pensiamo abbiano torto. Bisogna essere sintetici e diretti con i giovani, senza quei fronzoli che sono la caratteristica dei vecchi.
Stefano Stefanel













