«Intal non dal Pari, dal Fi e dal Spirtussant». Parole che può pronunciare chiunque si faccia il segno della croce accompagnandolo con la Trinità in friulano. Parole che, tuttavia, se pronunciate dall’Arcivescovo di Udine hanno un peso specifico diverso. Così infatti mons. Riccardo Lamba ha voluto iniziare la Santa Messa che ha presieduto lunedì 11 maggio nella Pieve di Santa Maria in Castello, a Udine. Una celebrazione promossa da Glesie Furlane a cinquant’anni esatti dal documento «Ai furlans che a crodin», pubblicato appena cinque giorni dopo il terremoto del 1976.
“Ai furlans che a crodin”. Messa con Glesie Furlane nel 50° del documento
L’Arcivescovo, dicevamo. Accanto a lui, don Romano Michelotti (presidente di Glesie Furlane), mons. Roberto Bertossi, mons. Luciano Nobile e don Maurizio Qualizza. I banchi della chiesa accolgono chi ha desiderato commemorare quell’evento di svolta per la Chiesa e l’intero Friuli. «Pocje int», lamenta qualcuno. «Al sarà il timp», si dice, accennando al cielo decisamente inclemente. «O i timps…» dice qualcun altro, con una malcelata vena di ironia. Alla fine la Pieve, tra uno scroscio e l’altro, si riempie.
«Il terremoto è un evento lontano nel tempo: i giovani ne sentono il ricordo con un’intensità diversa» afferma mons. Lamba passando all’italiano. «La memoria viva ha bisogno di relazioni umane che chiedono tempo. Dobbiamo cercare di tessere relazioni che possano creare un senso di umanità» ha poi proseguito. Non una giustificazione, ma un invito esplicito. «C’è bisogno di un senso di Chiesa: è stato bello vivere la Messa dello scorso 3 maggio a Gemona perché è stato colto l’invito a “essere Chiesa” che non può fare a meno di quel terreno di umanità su cui si tessono legami interpersonali capaci di far germogliare il seme del Vangelo: abbiamo una speranza che va oltre le paure di un futuro incerto».

Lamba: «Un ringraziamento a tante persone»
«Serve infine una comunione sempre più intensa tra laici e sacerdoti» ha concluso l’Arcivescovo, ricordando l’esperienza dei preti dopo il terremoto. «È nella comunione tra preti e popolo che il Friuli si è ripreso dopo il sisma. Questo dobbiamo viverlo con bellezza: siamo chiamati con vocazioni diverse. Celebrare questa Messa a cinquant’anni dal terremoto è un ringraziamento per tantissime persone». Tra queste anche alcune espressamente nominate da don Michelotti al termine della celebrazione: «pre Toni Beline, pre Checo Placerean, pre ‘Sef Cjargnel, pre Renzo Dentesan, pre Pauli Varut, pre Tunin Cjapielâr, che vuê al varès fat 86 agns». Preti che, come diceva proprio don Francesco Placereani, hanno aiutato il Friuli a uscire dal terremoto «cul cjâf, no cui pîts». Con la testa, ossia con intelligenza, e stando in piedi dinanzi al dramma. Alcuni di loro, che il buon Dio mantiene in mezzo al loro popolo, sono stati protagonisti del docufilm a puntate «Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese», a cura di Massimo Garlatti Costa, promosso da Glesie Furlane con il patrocinio dell’Arcidiocesi di Udine.
«Ducj insiemi»
Essere più uomini e donne. Essere più Chiesa. Essere insieme. È una sfida in tre scalini quella tracciata da mons. Lamba. Scalini che la Chiesa udinese non sempre ha saputo scalare, se non – appunto – “grazie” al dramma dell’Orcolat. Glesie furlane stessa è nata da uno strappo tra alcuni preti e l’allora arcivescovo Battisti (celebre il rifiuto di quest’ultimo di “dire Messa” in friulano nel 1974 a Zuglio, salvo poi ricredersi e sposare pienamente la causa della lingua friulana come fattore identitario e unitivo delle comunità). La stessa Chiesa italiana ha dato prova – magistralmente – di accogliere l’invito a essere “insieme” subito dopo il sisma, ma non ancora ad approvare in toto la celebrazione della Santa Messa in friulano (il cardinale Zuppi, a margine della Messa del 3 maggio scorso a Gemona, ha anticipato il desiderio di «portare a buon fine l’iter, così ben accompagnato dal vostro Vescovo, come dal suo predecessore»).
Tra i meriti di mons. Lamba c’è sicuramente quello di voler ricondurre tutte le anime della Chiesa udinese a un’unità – meglio: a una comunione -, prova ne sia il fatto stesso che abbia presieduto la celebrazione dell’11 maggio e che abbia voluto iniziarla nella lingua del popolo di cui, ormai, fa parte a pieno titolo. L’iter per il Messâl, poi, è effettivamente in corso. Una comunità che dia prova di umanità, senso di Chiesa e fraternità, già di per sé dimostra di essere un lievito per la società friulana, come lo furono le comunità – assieme ai loro preti – all’indomani del sisma. Tornano, allora, le parole del segno della croce: essere «Intal non dal Pari, dal Fi e dal Spirtussant», la più alta comunione possibile. Sarebbe la prova che oltre a cjâfs e pîts si possono sincronizzare soprattutto i cuori.
Giovanni Lesa
Ha collaborato Christian Romanini














