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Crisi climatica e mare caldo. Il futuro è a rischio.

L’Europa brucia. Letteralmente. E mentre si resta attoniti di fronte alle immagini che, da Creta al Var, raccontano la devastazione degli incendi. Uno studio condotto da un gruppo internazionale di ricercatori e pubblicato in questi giorni sulla rivista «Scientific Reports» mette nero su bianco la portata del cambiamento: tra il 1981 e il 2025, in vaste aree di Portogallo, Spagna, Francia, Italia e Grecia, i giorni estivi con condizioni meteorologiche estreme per la propagazione del fuoco sono più che raddoppiati. Ma l’innalzamento delle temperature è questione che riguarda anche il mare.

Forse ce ne si accorge meno, ma l’impatto è grave. E anche qui sono studi e dati a delineare la situazione. Fresco di pubblicazione c’è, infatti, «Mare caldo», il monitoraggio di Greenpeace sugli effetti dei cambiamenti climatici: nel 2025 anomalie termiche e picchi di calore si sono protratti fino a 40 metri di profondità.

Ma cosa vuol dire un mare più caldo? Che riflessi ha, quali conseguenze sull’ecosistema marino? Ne abbiamo parlato con Diego Borme, biologo marino dell’Ogs, l’Istituto di Oceanografia e Geofisica sperimentale di Trieste.

Diego Borme

Professor Borme, innanzitutto, di cosa stiamo trattando quando ragioniamo di innalzamento della temperatura dei mari?

«Per prima cosa ci riferiamo all’oceano globale. È bene chiamarlo così perché gli oceani e i mari sono tutti connessi, sono un sistema continuo. Soprattutto, è importante riferirsi all’oceano globale quando si ragiona di clima. Ciò premesso, va sottolineato che l’oceano funge da “condizionatore” per tutto il pianeta, per usare un termine che rende bene il concetto. Grazie alla sua profondità e alla capacità termica dell’acqua assorbe infatti il calore e lo mitiga, ne smorza cioè i grandi picchi. Il problema è che da una parte questa funzione viene sempre più delegata all’oceano, dall’altra anche l’oceano globale sta risentendo degli innalzamenti climatici verosimilmente dovuti all’effetto serra».

Perché quel “verosimilmente”? Che cosasottende?

«Dico “verosimilmente”, perché la Terra (e ovviamente l’oceano) nel corso delle ere geologiche è andata incontro a grandissimi balzi di temperatura, a continue fluttuazioni, quindi, in qualche modo, è abituata ad affrontare i cambiamenti climatici. La questione qui però sta nel fatto che tali variazioni non avvengono più, come prima, su scala geologica, quindi in centinaia o migliaia di anni, ma in tempi molto rapidi. È proprio questa accelerazione che ci porta a dire che la causa sia effettivamente l’uomo».

Proviamo a quantificare questa rapidità…

«I dati sono chiari. Dal 1950 al 2020, l’innalzamento globale della temperatura superficiale (facendo quindi una media di tutti gli oceani) è di 0,11 gradi centigradi. Mi rendo conto che è una temperatura che ci fa sorridere perché ci sembra una variazione da poco, ma in realtà, se pensiamo che va “spalmata” su tutta la massa d’acqua della terra, rappresenta un innalzamento pesantissimo, uno sbalzo molto brusco».

L’intervista completa al prof. Borme, a cura di Anna Piuzzi, si può leggere nel numero de La Vita Cattolica di mercoledì 5 agosto.

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