L'editoriale

Francesco un anno dopo

Un anno fa, il 21 aprile 2025, lunedì di Pasqua, papa Francesco ha concluso il suo percorso terreno. È trascorso un tempo troppo breve per fare un bilancio avvertito del pontificato innovativo, complesso, magmatico e coraggioso di Jorge Mario Bergoglio, il papa «venuto dalla fine del mondo». È possibile però tracciare alcune piste di riflessione. Tenteremo di farlo lasciandoci guidare da una domanda: quali linee, anche solo abbozzate, del pontificato bergogliano sono particolarmente feconde di futuri approfondimenti?

Una prima linea è senz’altro quella ecclesiologica. Francesco, il primo papa post-conciliare a non aver partecipato direttamente all’assise, ne ha ripreso in modo molto diretto e incisivo la riflessione ecclesiologica. I suoi predecessori, passati per la tormentata strettoia del post-concilio, avevano guidato la riflessione e la prassi con cautela, prevalentemente sul versante ad intra, forse perché toccati personalmente dalle derive di certa ermeneutica conciliare. Francesco ha avuto il coraggio di riagganciare la linea ecclesiologica più tipica del Vaticano II, quella relazionale, ad extra o, secondo il suo vocabolario, «in uscita», condensata nelle due grandi immagini di chiesa come popolo di Dio e serva dell’umanità. Ha rilanciato il tema complesso e difficile della collegialità con la costituzione di un consiglio di cardinali. Papa Leone avrebbe poi proseguito in questa linea, con lo strumento del concistoro. Ha poi proposto alla chiesa la fisionomia sinodale, intesa non solo e non tanto come tema da approfondire teologicamente, ma soprattutto come stile abituale di prassi ecclesiale. L’immagine dei tavoli di discussione in aula Paolo VI è diventata iconica di questo stile antico e nuovo ad un tempo.

Una seconda linea riguarda l’atteggiamento globale, la postura del cristiano. Basta un elenco dei titoli più notevoli dei suoi testi per rendersene conto: innanzitutto il suo documento programmatico Evangelii gaudium, e poi Laudato si’, Veritatis gaudium, Amoris laetitia, Fratelli tutti. La cifra sembra essere quella della gioia, della lode e della fraternità. I suoi appelli alla dimensione accogliente e sorridente del cristianesimo hanno fatto breccia nel cuore di molti, perché offerti nella loro dimensione di proposta teologica e più ancora in quella vissuta e testimoniata. Francesco è stato un papa vicino, affabile, empatico eppure non demagogico, e così libero da mostrare senza paura perfino le sue intemperanze caratteriali.

E poi, quasi a motivare l’atteggiamento di fondo della gioia, la proposta dei due temi portanti e trasversali, autentiche chiavi di lettura di tutto il pontificato: la misericordia e i poveri. Il cristiano è povero e peccatore, ma si sa profondamente amato da una misericordia senza limiti: miserando atque eligendo. Da lì origina la sua gioia e la spinta a uscire da sé per dirigersi verso altri poveri come o più di lui che lo attendono. Questi due temi profondamente interconnessi, la misericordia e i poveri, costituiscono un lascito e un compito che richiedono di essere ancora scandagliati, non solo nella dimensione di impulso alla prassi pastorale, ma anche nelle ricadute che possono avere ad esempio nel campo della ricerca teologica.

Infine va ricordato che Francesco ha toccato con il suo magistero e i suoi gesti alcuni territori poco o nulla frequentati prima, aprendo varchi di attenzione e di speranza: la presenza femminile nella chiesa, la custodia del creato, il doloroso capitolo degli abusi, la vibrata denuncia del clericalismo, la trasparenza economica e finanziaria, la decisa proposta di un esame di coscienza alla curia romana, ai vescovi e al clero (che forse non gliel’hanno mai perdonata), l’attenzione alle persone LGBT, ai divorziati, ai migranti, ai carcerati. Ciò ha suscitato l’entusiasmo di molti e il malumore di parecchi fratelli maggiori, prevalentemente tra le mura di casa.

Un’ultima considerazione: chi pensava o (sperava) che il successore di Francesco archiviasse come una parentesi fastidiosa il suo pontificato, facendo rientrare il «disagio» da lui causato, probabilmente è già rimasto deluso.

Don Federico Grosso

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