Domenica scorsa Gesù ci ha salutato così: “Pace a voi”. Questo tempo di violenza, bombardamenti e dolore sembra aspettare quel saluto che non arriva mai. Parole quali libertà, dignità umana, diritto internazionale, speranza, tolleranza, nonviolenza sono cancellate a Gaza e nel Medio Oriente, in Sudan come in Myanmar, nelle regioni del Sahel come in Ucraina e in altri 56 conflitti armati. Si aggiunga la sensazione di alcuni potenti della terra che decidono le sorti di popoli interi sulla base di come si svegliano al mattino o, peggio ancora, guidati da logiche di potere e trame egoistiche. Quel saluto rivolto a ognuno di noi come a Tommaso ci invita ad avvicinarci, toccare con mano le ferite dell’umanità e a essere testimoni di Resurrezione. Nel 2022 scoppiò la guerra in Ucraina e la reazione fu immediata e corale: anche la collaborazione pastorale di Gonars aprì le porte a chi scappava dalla guerra, arrivavano donne con bambini senza i mariti perché servivano uomini in guerra, una coppia con un ragazzino disabile che da giorni vagava in mezzo alle bombe trovava nella canonica una casa dove poter finalmente dormire tranquilla. Tante comunità friulane hanno aperto le porte! Mani hanno donato! Cuori si sono lasciati toccare da queste persone!
Immediatamente dopo sono partiti aiuti verso quella terra così lontana eppur così vicina: furgoni con vestiti, cibo, medicinali e altro partivano verso Transcarpazia, Leopoli e altre regioni Ucraine.
In contemporanea ritornavano alla mente altre immagini più lontane ma altrettanto vivide.
Ai racconti delle mamme ucraine si associavano i racconti di mia nonna che, con il corpo, aveva protetto un bambino da un caccia, gettandosi in un fosso e con la paura di annegarlo; mentre portavamo cibo e vestiti a tante famiglie mi tornava in mente mio bisnonno che dopo tre giorni a vagare per il Friuli, cercando cibo per i propri figli, si fermava fuori casa piangendo e pregando Dio di prendere prima lui dei suoi figli. Ma chissà quanti di noi custodiscono nei cuori storie simili, altrettanto significative e profonde? Penso che si debba partire da questo per cercare una risposta alla parola “Pace”, la nostra storia e la nostra fede ci indicano il cammino e le scelte da fare. Le inutili stragi del passato ci parlano di popoli cristiani in guerra tra loro, oggi si ripresentano altre stragi e la domanda di una mamma ci porta al nocciolo: «Perché un patriarca benedice le armi che ci stanno bombardando?». Chiediamoci quanto è importante rinunciare a qualsiasi segno che lasci intravedere una giustificazione o attenuazione alle logiche di guerra: dobbiamo ancora invocare Dio perché renda forti le nostre armi e usare il suo nome nei discorsi di morte? Le nostre comunità sono chiamate a rispondere a questa e a tante altre domande con la Parola di Dio che si oppone alle logiche di una “terza guerra mondiale a pezzi” che ha sdoganato il concetto del “prima noi e poi gli altri” (mantra che sembra essere l’unico modo per risolvere ogni questione).
Quando Papa Francesco ha chiesto a una donna ucraina e a una russa di portare la stessa croce, ha indicato lo scandalo di un Dio che il venerdì di passione ha percorso i sentieri controcorrente di Isaia.
«Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci, un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo» non è una frase da poveri illusi, ma il sogno di un profeta che giunge fino alle parole di Gesù: «Riponi la spada perché coloro che mettono mano alla spada periranno di spada».
Sostiamo di fronte alla prima lettura di domenica 12 aprile, «erano assidui nell’ascolto della Parola, nella frazione del Pane e nella preghiera»: è lì che troveremo la forza, l’unità, il coraggio di mettere tutto ciò che abbiamo in comune e rispondere a Gesù che ci dice: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi!».














