L'editoriale

Il 2 giugno dei giovani

Nel suo tradizionale discorso di fine anno, ormai quasi sei mesi fa, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, salutava l’arrivo del 2026 ripercorrendo le tappe più significative che hanno caratterizzato gli 80 anni di storia di questa nostra Repubblica che, all’articolo 1, la Costituzione vuole «democratica e fondata sul lavoro». Un traguardo importante che festeggeremo il 2 giugno e che non possiamo lasciar scivolare via senza che ci interroghi. Credo che quella carrellata di eventi, di passaggi fondanti – alcuni straordinari come la rinascita nel dopoguerra, le riforme sociali, i diritti conquistati, altri invece dolorosi come il terrorismo e le stragi di mafia – Mattarella abbia voluto mettercela davanti agli occhi per sollecitarci a essere tassello di quella storia, a fare la nostra parte, qui e ora. Un compito non facile perché ci troviamo ad attraversare un tempo pieno di incertezze, in cui tutti proviamo un enorme senso di disorientamento. C’è la guerra, innanzitutto. Una guerra per altro come non l’abbiamo mai vista, in cui è entrata l’intelligenza artificiale e in cui non vale più nessuna regola di diritto internazionale. Gaza ne è l’esempio più brutale. Non a caso, «riarmo» è diventata una parola all’ordine del giorno. E c’è la crisi climatica, di cui molti sottovalutano la portata e che gran parte dei governi ha ora messo in secondo piano. La democrazia stessa è messa in discussione, anche nella nostra Europa in cui risuonano quotidianamente discorsi di odio e le diseguaglianze sociali si allargano sempre di più. Che dire poi del lavoro? Precario, sfruttato, ora minacciato anche dall’intelligenza artificiale.

Dunque, che fare? Serve farci spazio, essere solidali e diventare parte di quel racconto del presidente Mattarella, fare nostre le sue parole: «La Repubblica è un bene per cui siamo chiamati a impegnarci, ognuno secondo il suo livello di responsabilità, senza che nessuno possa sentirsi esentato. Perché la Repubblica siamo noi. Ciascuno di noi». Soprattutto, noi giovani dobbiamo raccogliere questo suo invito: «Non rassegnatevi. Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna». Da donna sento di doverlo doppiamente perché quel 2 giugno, in quell’inizio della nostra storia repubblicana, le donne votarono per la prima volta. A quel gesto che oggi ci pare normale, ma che allora aveva una portata rivoluzionaria, ne sono seguiti molti altri e molte altre battaglie dei cui frutti godiamo oggi anche noi. Ma sappiamo bene, spesso sulla nostra pelle, che il cammino verso la piena parità non è ancora concluso: anche qui c’è da fare la propria parte.

Carolina Serban

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