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Giulia Mazza, violoncellista non udente. «Sento le note con il corpo. La musica non è solo ascolto»

«Se mi dicono di fare o non fare qualcosa, finisce che faccio esattamente il contrario». Sorride mentre lo dice Giulia Mazza, sorda dalla nascita, violoncellista. In quella frase è racchiuso tutto il suo percorso di musicista – ma anche di graphic designer, il mestiere per dare sfogo alla propria creatività, scelto dopo tante esperienze diverse – che sta per partecipare alla registrazione del prossimo album di Emiliano Toso, biologo e compositore piemontese, noto soprattutto per aver ideato il progetto “Translation Music” (i suoi brani sono accordati alla frequenza 432 e creati attraverso il principio della risonanza), con cui la musicista ha già suonato assieme durante un evento pubblico, dopo un primo incontro quasi per caso nato dall’aver postato un commento sotto la foto di uno dei suoi musicisti preferiti.

A proposito del “fare o non fare”, a Giulia avevano detto che il Conservatorio non era per lei, considerata la sua sordità profonda. Per lei uno stimolo a continuare a coltivare il sogno. Da Udine, dove è nata nel 1986, quattro anni fa si è trasferita a Padova. Ed è nella città veneta che, seppur si sprecassero i consigli a desistere dall’obiettivo che aveva nel cuore – con gli stessi docenti scettici sia per gli ostacoli della sua disabilità, sia per il timore di non essere sufficientemente adeguati ad accompagnarla nel percorso di studi – ha iniziato a coronare il grande desiderio. Così, ai “lascia stare” ha contrapposto quello che fin da piccola aveva imparato: «Se hai un obiettivo a cui tieni tanto, vai fino in fondo, mettendoci tutto l’impegno possibile». Una sorta di “parola d’ordine” diventata una marcia in più davanti allo scoglio dell’esame “Dettato melodico” – impossibile solo da immaginare il successo, con una disabilità come la sua – che è stato invece superato. «Fino alla fine mi avevano detto che non avrei avuto alcuna possibilità di successo. Invece… Ho preso 9 punti su 10, superando l’ammissione». Ora Giulia è al terzo anno di studio del violoncello, strumento scelto perché le frequenze sono simili a quelle della voce umana. E per ascoltarla, l’occasione sarà il concerto in programma giovedì 30 luglio, nella chiesa parrocchiale di Mereto di Tomba, dove suonerà insieme all’organista Manule Tomadin, alle 21, per la rassegna “Musica in Villa”.

Giulia Mazza insieme al musicista Emiliano Toso

Le note hanno sempre fatto parte della sua vita. La nonna materna, Ada, oggi 92enne, è stata insegnante di canto e pianoforte a Viterbo. Ed è la prima fan di Giulia. «Mi ha sempre detto che ero brava a cantare e suonare, mi ha sempre spronata». Così come mamma Patrizia, mancata già da tempo, pianista per diletto. È stata lei ad avvicinare la figlia, quando aveva appena tre anni, al mondo dei suoni – «Ho imparato a percepirli con il corpo, perché attraverso l’apparecchio acustico non cogli tutto…» –, iscrivendola ad una scuola di musica udinese basata sulla metodologia di Edgar Willems (è un approccio educativo che si concentra sull’educazione musicale di base per bambini, indipendentemente dalla loro dotazione). «Ho iniziato con il solfeggio e il canto: ho dei filmati con me piccola che ai saggi cantavo a squarciagola. In maniera naturale ho sempre sentito che la musica faceva parte di me – sorride –; poi a sei anni è iniziato lo studio del violoncello con lezioni private proseguite per 15 anni», racconta.

La violocellista Mazza è nata a Udine e ora vive a Padova dove studia al Conservatorio

Nel frattempo c’è stato un lungo percorso di logopedia per imparare a parlare – «Dagli otto mesi ai 12 anni sono stata seguita con immensa pazienza dalla logopedista Mila Bertoia» –, gli studi al liceo scientifico Marinelli di Udine, l’Università a Padova dove ha scelto Scienze naturali (indirizzo non completato, perché il richiamo della musica e il desiderio di sperimentare altro, come la qualifica professionale in ambito digitale, hanno avuto il sopravvento), e ogni domenica – così per qualche anno – le prove e i concerti con l’Orchestra “La Semicroma” di Mestre. Poi un incontro che ha segnato la svolta. In casa, su uno scaffale, ha notato dei libri di Giulia Cremaschi Troversi, musicista e musicoterapeuta. Da lì è iniziato un percorso con l’esperta di Bergamo, incentrato su un suo metodo rivoluzionario, basato sull’importante ruolo delle vibrazioni sonore nel corpo. «È allora che mi sono resa conto di quanto già mi avevano aiutato nella mia disabilità, percependole in maniera spontanea fin da bambina».

Nel tempo, per facilitare lo studio, Giulia ha anche messo a punto accorgimenti personali, come i riferimenti tattili incollati al manico dello strumento, ispirati al sistema Braille. «All’inizio li fissava il liutaio, ora me li attacco e me li stacco all’occorrenza, anche perché sto assorbendo maggiormente le note e alcuni non servono più. Mi permettono comunque di estendere il repertorio nella parte acuta che io percepisco fino ad un certo punto» E allo stesso tempo l’aiutano ad avere maggiore consapevolezza nell’intonazione che, nel violoncello, deve essere millimetrica. «L’apparecchio acustico – prosegue – mi permette di sentire i toni, ma ho difficoltà nei quarti di tono; così, prima ascolto l’armonia e poi cerco di capire come posizionare le dita». Ore e ore di studio, anche con l’accordatore. «Mi registro, mi ascolto e riascolto più volte per capire su quali note va posta maggiore attenzione. L’intonazione negli strumenti ad arco – spiega – dipende dal controllo continuo di dita e orecchio, non essendoci tasti fissi, e storicamente violino, viola, violoncello e contrabbasso sono sempre stati destinati a chi aveva il cosiddetto orecchio assoluto».
Ma Giulia – con grande passione, volontà, caparbietà, impegno e tenacia –, è riuscita a sovvertire questa “regola”. «Perché la musica non è solo ciò che arriva all’orecchio, ma attraversa il corpo, le emozioni, l’immaginazione…». Ed è per tutti.

Da tempo ormai la violoncellista nata in Friuli (dopo il trasferimento dei suoi a Udine per lavoro; nonno Lamberto Mazza, ex patron della Zanussi, è stato presidente dell’Udinese Calcio portando Zico in terra friulana) percorre un po’ tutta Italia per i suoi concerti. E anche per raccontarsi e per raccontare come si possa vivere oltre il silenzio, soprattutto dopo il grande interesse per la sua storia personale “scatenato” dalla trasmissione che nel 2021 il giornalista Rai Domenico Iannacone le ha dedicato, nell’ambito del programma “Che ci faccio qui”. «Ho sperimentato una piccola fama – racconta con un pizzico d’ironia –; io che sono una ragazza di campagna che ama andare a spasso con il cane o stare in mezzo alla natura dove mi rigenero, mi sono ritrovata nel giro di un paio di giorni con oltre 5mila messaggi tra mail e Facebook. La posta privata era completamente esplosa… Mi ci sono voluti mesi, ma ho risposto a tutti». Con gratitudine, certo. Ma anche con la consapevolezza che è la musica il “luogo” del cuore in cui desidera immergersi. Più di ogni altro. Più della celebrità. Per vivere e donare emozioni. Ovvero ciò che per lei rappresenta l’essenziale.

Monika Pascolo

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