«L’emergenza più grande del mondo giovanile quando pensiamo all’educazione? Credo siano gli adulti». A parlare è suor Katia Roncalli, francescana impegnata nella pastorale giovanile, nell’accompagnamento vocazionale formativo, nonché docente all’Istituto teologico e all’Istituto superiore di Scienze religiose di Assisi. È anche responsabile generale della fraternità Evangelii Gaudium, una realtà che porta il nome di un’enciclica di Papa Francesco e che unisce centinaia di partecipanti alla vita comunitaria. Suor Roncalli sarà in Friuli per un incontro di riflessione dal titolo “Testimoni della fede ed educatori nell’epoca della complessità” che si articolerà su tre appuntamenti, a partecipazione libera: martedì 15 settembre, alle 20, a Tolmezzo, nella Casa della Gioventù; mercoledì 16 settembre, doppio appuntamento: alle 16, a Udine, nel centro Paolino d’Aquileia (in via Treppo) e nella stessa giornata ci sarà l’occasione di incontrare suor Roncalli a San Giorgio di Nogaro, alle 20.30, all’auditorium San Zorz.
Suor Katia, partendo dal tema che affronterà nei tre incontri in Friuli, cosa significa oggi complessità? Ne parliamo sempre tanto…
«Questo è un termine che mi è molto caro, anche a partire dalla lettura di un testimone della civiltà dei nostri tempi che è Edgar Morin, scomparso da poco, il quale ha adottato la categoria della complessità per descrivere e definire i giorni che stiamo vivendo. Complesso non significa necessariamente ingestibile e impossibile, significa però che abbiamo bisogno di nuovi strumenti per poter decifrare, da credenti, i modi e anche i tempi attraverso i quali ancora e sempre il Signore viene a farci visita. Penso che questa opportunità ci permetta anche di vincere forse una delle grandi tentazioni del nostro tempo, che è quella della facile semplificazione. Una tentazione che attraversa la politica e in qualche modo anche la riflessione sociale. I problemi sono molto complessi, non esistono soluzioni semplici o facili, esiste però un discernimento che possiamo fare comunitariamente e, per noi Chiesa, ecclesialmente».
Educazione e mondo dei giovani: quali sono le emergenze?
«Ci sforziamo molto – anche nei dibattiti che organizziamo intorno al mondo giovanile – a cercare di decifrare le loro problematiche, le chiavi della crisi che certamente il mondo giovanile, ma anche adolescenziale, forse pure quello dell’infanzia vivono. Incontrando tantissimi giovani e soprattutto anche tanti giovani fidanzati, giovani coppie, mi sono però convinta che il loro grande problema oggi sono gli adulti. Adulti che adultizzano affettivamente i loro figli, i loro bambini; adulti che in qualche modo fanno fatica ad abitare il proprio ruolo educativo e di conseguenza nei ragazzi nasce lo spaesamento, l’ansia, la distorsione e anche la difficoltà a vivere quei processi necessari per esempio di approdo alle proprie identità, che sono moratorie tipiche del tempo della giovinezza e dell’adolescenza. Per questo, ovunque vada a dialogare su questi temi, ribalto la questione: è questo è il punto da cui vorrei partire anche negli incontri che terrò nella vostra Diocesi».
Cosa può aiutare gli adulti?
«Innanzitutto la consapevolezza di quali siano i compiti dell’età che ci è propria, risolvendo o comunque affrontando la grave crisi affettiva del mondo adulto che delega ai ragazzi e ai figli soprattutto l’onere di dover rispondere a questa fatica. E prendere coscienza dell’aver puntato come adulti su obiettivi di vita che sono sicuramente molto fragili e molto labili, per i quali oggi tra l’altro critichiamo i giovani; intendo l’apparenza, l’essere in base a quanto si possiede, la modalità con la quale viviamo il nostro tempo libero… Incontro continuamente genitori che si lamentano per la dipendenza da smartphone dei loro figli, ma i grandi non sono da meno».
Ci sono responsabilità che vanno assunte…
«Certo. Il mondo giovanile sostanzialmente non trova in quello adulto una reale alterità con la quale confrontarsi. Penso per esempio alla difficoltà, soprattutto della fascia di chi ha tra i 40 e i 60 anni, a coltivare una vita di fede. La nostra generazione – e dico nostra, essendo io del 1972 – ha fatto a meno di Dio. Risulta, quindi, difficile trovare chi è capace di raccontare un’amicizia con Cristo, con il Vangelo, grandi testimonianze di fede che possano essere anche per questi ragazzi convincenti. Infatti, dove trovano un po’ di testimonianza autenticamente evangelica, un po’ di vita fraterna e soprattutto un po’ di paternità e maternità seria e fedele nel tempo, i ragazzi poi si dirigono…».
Lei nei suoi incontri con i giovani racconta proprio dell’amicizia con Gesù ed ha la loro attenzione. Guardando al ruolo dei catechisti, dei genitori e degli educatori, come avere l’attenzione dei ragazzi quando si propone qualcosa che non va più tanto di “moda”?
«La religione si insegna con metodo scolastico e abbiamo visto che ha prodotto generazioni di bambini atei. La fede si testimonia attraverso la vita. Avendo noi scambiato la fede per la religione, inevitabilmente abbiamo impostato decenni di trasmissioni nella iniziazione cristiana illudendoci sostanzialmente che il contenuto fosse una questione intellettuale: noi lo spieghiamo, loro lo capiscono, adesso lo sanno e quindi crederanno. Ma Gesù non ci ha consegnato una religione. La fede significa fiducia e la fiducia è l’anima di una relazione. Noi non possiamo testimoniare una relazione che nemmeno viviamo. Credo ci sia bisogno di interrogarci come adulti se siamo praticanti credenti oppure no».
Lei di giovani ne ascolta tanti, grazie alle sue catechesi in tutta Italia; quali sono le richieste e i bisogni che esprimono?
«Da tanti anni il modo con il quale vivo l’evangelizzazione è toccando i nodi reali della vita, della loro vita. I temi centrali sono inevitabilmente l’identità, l’affettività, la sessualità, le relazioni e anche la speranza sul futuro. Tutto sta nel mettere in contatto il Vangelo – che di questo tra l’altro parla in tutte le sue righe – con la vita reale. Il secondo ingrediente è regalare loro il servizio semplice, e fedele nel tempo, della maternità e della paternità spirituale. Il che significa, dopo averli raggiunti in incontri ed eventi, ascoltarli se vogliono parlarti personalmente. Da lì spesso inizia un cammino di accompagnamento spirituale, accogliendo il ragazzo da dove è. Se è in una ferita, se è in una crisi affettiva, se è in una domanda vocazionale. Con la Parola di Dio, con un po’ di esperienza, con l’aiuto dello Spirito Santo, è bello poi vederli crescere fino a fare le loro scelte di vita. Penso che Parola e paternità e maternità siano le due leve dell’evangelizzazione oggi».
I giovani hanno voglia di lasciare un’impronta nel corso della loro vita. Questa domanda, sottolineiamo, mette insieme il titolo e il sottotitolo di un suo libro “Impronta di Fraternità. Vivere lasciando il segno”…
«Penso che prima di tutto abbiano bisogno di scoprire che la vita ha un significato, ha un senso e di questo senso sono loro stessi testimoni, in qualche modo annunciatori. Certamente ci sono questioni che attanagliano il mondo giovanile e su questi fronti forse sono molto più loro impegnati rispetto a noi. Penso per esempio a tutta la questione del cambiamento climatico o anche a certi fronti di solidarietà e di accoglienza, soprattutto con ragazzi maggiormente a disagio, migranti, etc. Hanno bisogno però di sapere che la vita in sé ha un senso: questo senso è “amare”. Aiutarli a scoprirlo significa poi vederli a loro volta lasciare un segno. Forse non a tutti è dato di fare grandi imprese nella vita, ma quando oggi due giovani scommettono sul matrimonio, quando ragazzi incominciano a vivere insieme in una piccola casa di fraternità provando a condividere il tempo, i pochi soldi che hanno e soprattutto la loro amicizia, penso che questo significhi oggi lasciare un’impronta di fraternità nella quotidianità».
C’è un messaggio che lei lascia ai giovani, indipendentemente dal tema degli incontri?
«Forse può sembrare una battuta, ma senza troppo scherzare dico ai giovani “disobbedite a tutto quello che vi abbiamo insegnato”. Tornate a ciò che di più autentico sentite nel cuore, perché i desideri non abbandonano mai il cuore dell’uomo, magari li sotterriamo, ma sono semi di grazia, semi di Dio che tornano. Credo che in questo modo potranno forse riscattare questa vita che abbiamo consegnato loro, tutta apparenza, tutto lavoro, tutta estetica. E magari davvero potranno un giorno – e lo dico seriamente – perdonarci».
Monika Pascolo














