Vi sono grate, come quelle di un carcere, che dividono, separano, isolano. Hanno sbarre spesse, solide, a volte doppie, la cui integrità viene verificata più volte al giorno dalla “battitura dei ferri” condotta dagli agenti con appositi martelletti.
Vi sono poi altre grate che paradossalmente avvicinano le anime, uniscono i cuori, riscaldano le esistenze. Sono quelle di un monastero di clausura, liberamente scelte da chi, confidando totalmente nella potenza della preghiera di intercessione, si fa compagna di strada, madre e sorella di un’umanità ferita, condividendone i dolori e le sofferenze.
Recentemente la nostra comunità ha avuto il dono di un incontro particolare: abbiamo accolto nel nostro parlatorio le famiglie di due detenuti con cui corrispondiamo, per manifestare loro la nostra vicinanza spirituale nel loro cammino così sofferto, ma di profonda rinascita. Dopo i primi momenti di conoscenza, si è creata subito non solo una sintonia, ma una vera comunione che ci ha portato a raccontarci nel nostro vissuto.
Siamo rimaste profondamente colpite e commosse dall’amore e dalla fedeltà di queste mogli, che con i loro figli vivono con dignità questo tempo di sofferenza, di distacco e di attesa di poter essere di nuovo una famiglia riunita.
Le lacrime non sono scese solo a loro mentre raccontavano le loro storie, ma anche a noi, che accoglievamo con rispetto e amore tali confidenze… Ma non sono state solo lacrime di sofferenza: sono diventate anche lacrime di commozione e di gratitudine verso il Signore, davanti al cammino di rinascita che i loro mariti e padri stanno compiendo, non solo umana, ma anche spirituale.
Abbiamo visto nei volti di queste mogli la gioia di osservare i propri mariti riaccogliere, un passo alla volta, Dio nella loro vita riconoscendolo come il loro Signore, la gioia di vederli tornare a Lui con una profondità e convinzione che ha scosso e interrogato anche noi.
È questo infatti che, per parte nostra, abbiamo raccontato a queste famiglie: il grande stupore di vedere questi fratelli aprirsi alla grazia di Dio con una tale disponibilità da interrogarci sulla nostra apertura di cuore al Signore, per una più totale adesione a Lui e alla sua Parola. Perché davanti a tali conversioni, davanti a tali fiori che spuntano anche nel deserto del carcere, si resta ammirati dalla potenza della Grazia di Dio, ma anche edificati di fronte a chi, riconoscendo con sincerità i propri errori e peccati, ha l’umile coraggio di abbandonarsi al Padre, per ricominciare una vita nuova, come un bambino che impara a camminare sorretto dalle mani forti del proprio papà. Con un abbandono a Dio e una sete di Lui che commuovono, edificano e mettono tutti noi in discussione…
E così, l’affetto fraterno e ancor più la maternità spirituale, che vivevamo già prima nei confronti dei nostri fratelli detenuti, sì è ora estesa a queste famiglie e non solo a queste, ma a tutte le famiglie che come loro, soffrono, pregano, continuano ad amare…in attesa dei loro mariti, padri e figli, perché ritornino alle loro case e, toccati nell’anima e nel cuore come il figlio della parabola, ritornino anche alla casa del Padre misericordioso, che da sempre li attende per rivestirli della dignità di figli.
Monache Clarisse Sacramentine di Moggio Udinese










