Luci tra le sbarre

La fede e il senso

«Padre, hanno arrestato Veronica!». Con queste parole irrompe un giorno in cappella Paolo, uno dei detenuti che frequenta la Messa. È sconvolto: Veronica è la sua compagna da tanti anni, insieme hanno avuto una bambina, Viola. Ora anche lei, per la prima volta, vive sulla sua pelle la triste realtà della reclusione. Anzi, la vivono in due, madre e figlia, perché Viola è ancora piccola e deve stare con la madre. Certo, l’istituto dove vengono portate non è un carcere vero e proprio, è uno dei quattro Icam attivi in Italia. L’acronimo significa: istituto a custodia attenuata. Sono pensati per la custodia cautelare di donne incinte o di madri con prole al di sotto dei sei anni, e realizzati come piccoli alloggi dotati di camera da letto con bagno, soggiorno e angolo cottura. Tuttavia, non si può non pensare al trauma che vive un bimbo nel vedersi improvvisamente strappato dall’ambiente familiare e portato in un luogo a lui totalmente estraneo e sconosciuto.

Il colpo per Paolo è forte, devastante. So che ha fede, ha una sua sensibilità e profondità spirituale, che si esprime con disarmante semplicità. Ricordo alcuni frammenti di una nostra conversazione: «Sa, padre, cosa mi ha dato la fede?» Cosa, Paolo? «Mi ha fatto vedere quello che è bene e quello che è male. Prima non lo riuscivo a capire».
Ecco Paolo, con il pesante bagaglio del passato sulle sue spalle, e che ora vede sprofondare in un abisso le persone a lui più care, la compagna e la figlia.

Penso freneticamente a qualcosa da dirgli, qualcosa che possa in qualche modo lenire la sua disperazione. Inutile: ogni frase che sale alla mia mente suona vuota, banale, irrilevante. Poi – conoscendo Paolo e la sua fede – mi faccio coraggio e oso andare oltre i ragionamenti umani e il buonsenso terreno: «Paolo, forse il Signore ha permesso questo perché c’è bisogno di Veronica lì, in quell’istituto. Forse c’è lì qualcuno che aspetta Veronica, c’è qualcosa che lei è chiamata a fare lì». Dico queste parole e mi preparo al peggio. Mi attendo una reazione rabbiosa di rifiuto e di rigetto del mio pensiero, umanamene assurdo. Invece Paolo si placa. Mi fissa intensamente. Poi, con sorprendente tranquillità, mi risponde: «Se è così, padre, allora va bene, allora questa cosa ha un senso». E la tempesta che lo ha sconquassato si fa bonaccia. Torna ad essere il Paolo di sempre. La fede prevale.

Passano i giorni: uno, due, tre. Al decimo Paolo mi comunica sollevato la bella notizia: Veronica e Viola hanno lasciato l’Icam: il giudice ha concesso loro gli arresti domiciliari, in una casa vera e propria. Sono contento per lui, per la compagna, per la bambina.

Passa qualche altro giorno, ed ecco un’inattesa appendice a svelare il “senso” di tutta questa cosa. Paolo riceve una lettera da una donna, ospite di quell’Icam dove era stata Veronica. Nella lettera c’è scritto che Veronica con il suo passaggio nell’istituto ha lasciato un segno. Che lei ha introdotto il rosario per la Madonna alle 18 e la coroncina alla Divina Misericordia alle 15. E la donna conclude: «Io e le mie amiche abbiamo deciso di non perdere quest’abitudine. Quindi qui si prega minimo due volte al giorno».

p. Claudio Santangelo C.M.
cappellano della casa circondariale di Tolmezzo

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