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La Carnia a Tolmezzo attorno a Sant’Ilario. «Abbiamo bisogno di gente che non si fa comprare»

Una comunità in cammino, stretta attorno alla propria fede e alle proprie radici: è l’immagine restituita la sera di sabato 29 agosto a Tolmezzo dalla tradizionale processione in onore di Sant’Ilario martire, patrono della Carnia, che ha attraversato il centro cittadino dando avvio alle celebrazioni patronali. Un appuntamento che, anno dopo anno, continua a riunire fedeli provenienti dall’intera area carnica e che trova nella processione uno dei suoi momenti più significativi.

Al termine del cammino, i partecipanti hanno raggiunto il Duomo di Tolmezzo per la celebrazione dei Vespri, presieduta da mons. Angelo Zanello, affiancato da don Alessio Geretti, don Alberto Zanier, don Gianpiero Fossà e dal salesiano don Paolo Ceccon. Alla celebrazione ha preso parte una folta rappresentanza di fedeli, insieme a sindaci e delegati di varie amministrazioni comunali del territorio.

Particolarmente evocativa la presenza delle croci astili, giunte in rappresentanza di alcune delle 28 parrocchie carniche: un segno semplice ma solenne, capace di richiamare comunque l’unità delle singole comunità raccolte attorno al proprio patrono.

L’avvio della processione dalla chiesa di Sant’Ilario fino al duomo di Tolmezzo

Davanti ai soprusi. Di ieri e di oggi

Dopo la processione, nel Duomo di Tolmezzo, don Alessio Geretti ha proposto una riflessione sulla figura di Sant’Ilario, martire del IV secolo, guardando alla sua vicenda non soltanto come a una pagina della storia cristiana, ma come a una testimonianza ancora capace di interrogare la coscienza degli uomini di oggi.

Partendo dal contesto storico del martirio di Ilario, avvenuto secondo la tradizione nell’anno 362, don Geretti ha ricordato come, dopo la libertà di culto concessa al cristianesimo con Costantino, sotto l’imperatore Giuliano l’Apostata si fosse nuovamente creato un clima di ostilità nei confronti dei cristiani. Un contesto nel quale Ilario divenne vittima della violenza.

Ma il significato della sua testimonianza, ha sottolineato il sacerdote, non appartiene soltanto al passato. «Mutando i fattori e il contesto – ha osservato – scene simili si sono ripetute nella storia con triste normalità». Anche nel mondo contemporaneo, infatti, continuano a esistere soprusi, negazioni dei diritti e situazioni nelle quali a pagare maggiormente sono «i più inermi, i più fragili, i più deboli».

Da Sant’Ilario nasce così un primo interrogativo rivolto all’uomo di oggi: quale posto occupano nella nostra vita gli ideali, la ricerca della giustizia e il desiderio di contribuire al bene comune? Il martire, ha spiegato don Geretti, è l’immagine di chi, davanti alle difficoltà, «non si spaventa, non si ritira e non scompare», ma trova il coraggio di uscire allo scoperto e di prendere posizione per ciò in cui crede.

Don Alessio Geretti durante l’omelia

Don Geretti: «Come Sant’Ilario, rendiamo il mondo migliore»

Una testimonianza che diventa anche una provocazione, soprattutto per le nuove generazioni. Quando un giovane, o più in generale una persona, si domanda che cosa fare della propria vita, non dovrebbe chiedersi soltanto quale posizione raggiungere, quale stipendio ottenere o quali soddisfazioni personali conquistare. La domanda più importante dovrebbe essere un’altra: «Come potrò migliorare e rendere più giusto questo mondo dando il mio contributo perché la mia vita non sia inutile?»

È questo, secondo don Geretti, il valore di una vita capace di appassionarsi a qualcosa di grande, di nobile, di moralmente elevato. Una vita che non cerca semplicemente il «palcoscenico o la poltrona», ma desidera lasciare «un segno di dignità e di nobiltà».

Nel suo ragionamento il sacerdote ha richiamato anche alcune grandi stagioni della storia italiana, dalla Resistenza alla Liberazione, dalla Ricostruzione alle mobilitazioni sociali del ’68, riconoscendone le contraddizioni ma anche quella capacità di coltivare ideali e di impegnarsi per un cambiamento della società.

Con una battuta e con il suo consueto tono diretto, ha anche precisato di non essersi certo messo a rileggere Fidel Castro prima di arrivare a Tolmezzo. Il riferimento, infatti, non era a una particolare ideologia, ma alla necessità di riscoprire una società nella quale le persone siano ancora capaci di lasciarsi interpellare da grandi ideali e dalla ricerca della giustizia. «Ilario appartiene a questa schiera e può aiutarci a ritrovare questa strada», ha affermato.

La riflessione sul potere. «Impariamo a riconoscere ciò che accade accanto a noi»

La seconda parte della riflessione si è concentrata sul rapporto con il potere. La vicenda del martire, ha osservato don Alessio, mette in luce anche «l’ambiguità e la facile nocività dei poteri di questo mondo». I poteri istituzionali, politici, economici, militari e di ogni altra natura possono infatti essere tentati di trasformare la responsabilità in sopraffazione e di perseguire i propri interessi. Una tentazione che può manifestarsi, ha ricordato con libertà, «persino dentro la Chiesa».

Ed è proprio su questo punto che è arrivato uno dei passaggi più forti della riflessione: «Abbiamo bisogno di gente che non ha un prezzo: di persone che hanno una coscienza che non si fa comprare». Una società composta soltanto da «servi o clienti», ha spiegato don Geretti, rischia di dimenticare rapidamente i poveri e gli ultimi. Al contrario, uomini e donne dalla coscienza libera sono capaci di riconoscere ciò che non funziona, di vedere i limiti di chi detiene il potere e, quando necessario, di avere il coraggio di dirlo.

Il richiamo di Sant’Ilario diventa così un invito a non limitarsi a guardare al passato. Ricordare un martire significa anche imparare a leggere il presente, cercare la verità e non rimanere indifferenti davanti alle ingiustizie. «Il Signore ci dia la grazia di seguire Cristo non soltanto leggendo la storia antica – ha concluso don Geretti – ma imparando a riconoscere, anche oggi, ciò che accade intorno a noi».

In festa con don Giampietro Bellini

La festa di Sant’Ilario però non si è esaurita con la processione del sabato sera. Domenica 30 agosto si sono svolte infatti due celebrazioni eucaristiche mattutine, presiedute da don Giampietro Bellini, parroco di Cavazzo e Amaro, nel ricordo anche del sessantesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale.

Bruno Temil

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