Opinioni

Crisi climatica, alleanza costituzionale per ripensare i modelli produttivi

La crisi climatica viene immediatamente misurata in relazione ai boschi che bruciano e alle persone anziane che soffrono il caldo.

29In questi anni abbiamo assistito quasi noncuranti alle indagini condotte dagli studiosi (come Federico Cazorzi dell’Università di Udine) sui progressivi aumenti della temperatura delle nostre montagne (+ 1,7° C a quota 2.200) e sullo scioglimento dei nostri ghiacciai (negli ultimi 30 anni è accelerata la riduzione del volume totale dei ghiacciai del 96% nelle Alpi Giulie e del 99% nel Ghiacciaio del Canin) e sul livello del mare (al 2050 + 20 cm, al 2100 dai 40 cm ai 70 cm) che imporranno una nuova pianificazione urbana e territoriale lungo la costa da Trieste fino a Latisana (Società Geografica Italiana: “L’erosione costiera  è un processo in accelerazione con effetti particolarmente intensi lungo l’Alto Adriatico e una possibile forte perdita di spiagge entro fine secolo”). Quasi tutte le 2.000 comunità locali del Friuli-Venezia Giulia hanno vissuto temporaneamente gli impatti rapidi ma radicali, come alluvioni e tempeste, scaricarsi su abitazioni e infrastrutture.

Gli scienziati e ricercatori di Arpa Fvg (tralasciando i lavori Ispra e Cnr) sono anni che rilasciano dati e scenari (al 2030, al 2050): si ha la sensazione che nessun decisore li abbia letti.

In Friuli Venezia Giulia non c’è acqua. Ma siamo a conoscenza da tempo che saremmo arrivati a questa situazione. C’è da chiedersi quali azioni sistemiche siano state messe preventivamente in atto nell’insieme da Regione, Consorzi di Bonifica, Consorzi territoriali degli acquedotti, dal Bim (Bacini imbrifero montano) per assicurare la disponibilità di acqua, assicurare il processo di ricostruzione della risorsa idrica e prevenire i rischi per la salute delle falde acquifere. Ciò a fronte della scarsità di pioggia in pianura e di neve a 1.300 metri, dei processi di evaporazione nei bacini di accumulo (evapotraspirazione annua che tende a 1000 mm con perdite del 3% di capacità invasata) e del rilevante spreco lungo le condotte (a fronte di 437 mln di litri immessi al giorno, si disperde oltre il 40% della risorsa), delle captazioni a fini industriali e dei bassi livelli di riciclo.

Gli impatti di breve e lungo periodo sono ampiamente descritti e noti. Un po’ meno i processi predittivi e le attività di anticipazione e adattamento al clima nell’ambito del sistema della produzione. Pensiamo all’allevamento, agricoltura, alle produzioni della frutticoltura e vitivinicoltura; o all’ecosistema turistico dove si enfatizzano arrivi e presenze, specie in montagna, ma non si entra nel merito sulle capacità di produrre in modo stabile buon lavoro e incrementare i posti di lavoro, in estate ed in inverno.

La crisi climatica, in estrema sintesi, non viene ancora debitamente misurata attraverso gli impatti che determina sul patrimonio produttivo e sui bilanci delle imprese. È del tutto sufficiente riferirsi ad «Agenda Fvg Manifattura 2030», predisposta dalla Giunta Regionale con l’aiuto di The European House – Ambrosetti (TEHA), presentato ufficialmente il 18 ottobre 2024 a Martignacco. Tra i megatrends considerati per valutare le prospettive di trasformazione ed evoluzione del sistema, manca il riconoscimento del cambiamento climatico quale “driver” che impone l’attivazione di puntuali politiche energetiche e di decarbonizzazione e l’abbattimento dei costi dell’energia a carico delle imprese, e che influisce sulle e economie e lo sviluppo locale determinando la diminuzione dal 2% al 4% di aziende, di fatturati e di occupazione nei contesti produttivi colpiti da eventi dirompenti e dal dissesto idrogeologico (Rapporto Banca d’Italia, a cura di Luca Citino, Guido de Blasio e Federica Zeni, 2022) .

Altre politiche strategiche regionali hanno, invece, cercato di tenere unite le dimensioni del lavoro, dell’innovazione e del clima (così la Regione Emilia – Romagna attraverso il programma “Patto per il lavoro e per il clima”, 2020) in modo da tenere unite le questioni dello sviluppo economico e dell’occupazione con quelle del clima e della sostenibilità ambientale.

Ritengo sia necessario ripensare rapidamente il Piano strategico regionale sulla manifattura, come i programmi relativi all’agricoltura e turismo. Viene in soccorso un recente ricerca del CNR, pubblicata su “Business Strategy and the Environment”, dove si evidenzia la diretta relazione che esiste tra l’innalzamento delle temperature e le probabilità che le imprese vengano oltremisura condizionate ed escano dal mercato. Naturalmente le Pmi sono quelle più soggette agli impatti come quelle insediate nei “nuovi territori vulnerabili” (oltre la Montagna vi sono altri debitamente da considerare).

La crisi ed il cambiamento climatico non vanno considerati come fattori eminentemente di natura ambientale i cui effetti sono da affrontare attraverso la pratica dei “ristorni”, “compensazioni” e “bonus” da erogare ex-post, come normalmente avviene.

Si tratta, invece, di considerali un’opportunità per ripensare organizzazioni e modelli produttivi, facendoli diventare una leva di competitività economica.

Lo scenario, quindi, impone la riqualificazione e messa in sicurezza dei territori, della produzione manifatturiera e delle “montagne produttive” che, in tal caso, potrebbero ricavare vantaggi dalla combinazione tra clima temperato, qualità ambientale ed innovazione.

Una sfida non impossibile per principio che richiede, tuttavia, di avvalersi di una “alleanza costituzionale” costituita dalle competenze scientifiche e tecniche, dal capitale sociale presente nelle comunità locali e della lungimiranza delle organizzazioni di rappresentanza istituzionale ed economica.

Maurizio Ionico

Urbanista e ricercatore

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