Opinioni

Per affrontare la trasformazione serve una strategia comune delle Regioni del nord

Il Friuli Venezia Giulia e le sue comunità, di lavoratori, imprenditori e innovatori, hanno bisogno di riconoscersi in una visione condivisa di futuro. Minacce e paure accompagnano la fase di straordinaria trasformazione, alla scala globale e nel contesto delle regioni con cui siamo destinati a competere. Lo scenario richiede una doverosa riflessione pubblica su quali siano le politiche più efficaci e come organizzare gli ecosistemi della produzione ed innovazione, alla scala locale e del nord, per dotare il nostro patrimonio produttivo delle migliori condizioni per competere.

Non solo, si tratta di costruire l’infrastruttura della fiducia e attrezzarci per tendere a futuri auspicabili. Allo stesso tempo, è opportuna una valutazione onesta su quali impatti abbiano determinato i 27,5 miliardi di euro erogati dalle finanziarie dell’ultimo quadriennio e dal Pnrr, cui vanno aggiunti i 740 milioni previsti dall’assestamento. Proprio tenuto conto dello scenario destabilizzante in cui siamo collocati come comunità e come sistema produttivo, appare obbligatorio capire in quali termini questa mole enorme di investimenti abbia inciso sul Pil, sulla costituzione di un ecosistema strutturato dell’innovazione, sulla diversificazione e sul rafforzamento delle specializzazioni produttive, sul numero di filiere, sulla qualità del lavoro e sul rientro in Friuli-Venezia Giulia di giovani competenze e professionalità.

La questione di quale sia lo stato di salute delle economie locali è posta anche dall’Ocse che rileva come il grado di competitività e la produttività delle principali regioni del nord, come il Veneto, siano peggiorati in relazione ad altri sistemi territoriali europei. I patrimoni produttivi “in transizione” sono attraversati da una diffusa una condizione di “stagnazione” della produttività del lavoro, di invecchiamento della forza lavoro, di un livello di innovazione frammentato.

Se il Veneto non se la passa bene, la manifattura regionale che rappresenta il 23,5% del valore aggiunto lordo e il 24,1% dell’occupazione, risente dei riflessi delle dinamiche geopolitiche, della velocità ed interdipendenze dei fenomeni strutturali (regressione demografica, riduzione delle classi d’età che fanno società, crisi climatica, migrazioni, tecnologie).

Il nostro sistema produttivo si basa ancora solo su pochi “campioni” e filiere strategiche strutturate che concorrono all’export e a generare innovazioni. Anche qui si assiste ad una situazione caratterizzata da salari bassi rispetto alle geografie competitive e da una difficoltà a trattenere lavoratori qualificati e a incidere sulla compensazione dei flussi in uscita.

Si impone un ripensamento dei contenuti essenziali della politica industriale regionale e un migliore orientamento degli investimenti per le imprese, che si aggirano sui 250 milioni di euro. Appaiono passaggi obbligati se si vuole concretamente influire sulle criticità del sistema e garantire l’aumento al 3% della quota di PIL regionale dedicato alla Ricerca e sviluppo e la costruzione di una robusta Big (Data) Community. Sono modi che rendono meno vulnerabili i nostri territori della produzione poiché influiscono sul rafforzamento delle capacità competitive e sulla produttività e, di riflesso, sulla stessa crescita degli stipendi.

Proprio perché ci si trova ad affrontare una continua profonda trasformazione dei mercati ed economie, nelle scorse settimane si sono incontrate a Milano 5 Regioni del nord (Emilia-Romagna, Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, mancava o non è stato invitato il Friuli Venezia Giulia). Si è trattato di un appuntamento che ha permesso la definizione di una strategia comune destinata a sostenere la competitività e a valorizzare specificità territoriali, specializzazioni produttive e complementarietà dei rispettivi sistemi economici. Sono traiettorie coerenti con le indicazioni della Fondazione Nord Est che insiste sulle capacità di produrre innovazione e di presidiare le nicchie di mercato dove la nostra competenza, design, qualità e capacità manifatturiera possono fare la differenza nella dimensione globale.

La costruzione di uno stabile ecosistema della produzione manifatturiera e dell’innovazione del nord rappresenta un vantaggio per il Paese e per la stessa Regione. La “Cabina di Regia” che le Regioni hanno previsto, cui è auspicabile partecipi anche il Friuli Venezia Giulia, appare un meccanismo utile per avanzare al Governo nazionale e alla Commissione UE sia proposte di politica industriale e territoriale sia per individuare strumenti che permettano di far evolvere e competere il nostro sistema produttivo.

Se si tratta di accettare sfide globali a viso aperto, con lo stesso coraggio abbiamo bisogno di ripensare noi stessi e le politiche pubbliche sinora sostenute. Le trasformazioni radicali e continue, dove si assiste contemporaneamente alla pervasività degli effetti e alla centralizzazione delle conoscenze, rendono del tutto inutili rendite di posizione (alimentate sia da chi governa sia dalle rappresentanze degli interessi) e approcci tradizionali. Richiedono, invece, una nuova responsabilità collettiva ed individuale che ci faccia essere “meno prudenti, meno conservatori, meno scontati, meno equi”. In altre parole, una comunità capace di anticipazione e adattamento. Che, se osserviamo con attenzione, è un profilo che ci ha caratterizzato nei momenti migliori della nostra storia.

Maurizio Ionico

Urbanista

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