L’”amore sociale”, accompagnato però da un impegno per la verità, basata su ragione e fede, è l’unica strada per affrontare i gravi problemi del mondo e della politica. Per questo nelle parrocchie, a partire dai percorsi della catechesi, è necessario tornare ad insegnare la dottrina sociale che purtroppo è diventata «un segreto ben conservato». Ad affermarlo è mons. Mario Toso, salesiano, vescovo di Faenza-Modigliana, già rettore del’Università Pontificia Salesiana e segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Il presule domenica 19 aprile sarà a Udine per presentare, nella sala Zampolo dell’Istituto Salesiano Bearzi di Udine (via don Bosco 2), alle ore 17, il suo ultimo libro dedicato proprio a questi temi e intitolato “Gioia e Speranza. Evangelizzazione, catechesi e insegnamento sociale”, pubblicato da Edizioni delle Grazie. All’incontro interverranno l’arcivescovo di Udine, mons. Riccardo Lamba, e l’arcivescovo emerito, mons. Andrea Bruno Mazzocato.
Mons. Toso, nel mondo di oggi, sempre più privo di riferimenti, non le sembra che la Dottrina sociale della Chiesa dovrebbe avere un ruolo centrale, almeno per i cristiani e in specie per i laici impegnati? Pare invece che venga tenuta da parte. Per quale motivo?
«La Dottrina o Insegnamento sociale o Magistero sociale, rispetto alla totalità dei cattolici, appare, in ultima analisi, una realtà conosciuta da pochi, tutto sommato da una minoranza. Per i più essa è, come diceva un professore australiano anni fa, un “segreto ben conservato”. Ciò ha condotto non pochi credenti a non conoscerne nemmeno l’alfabeto, come è stato sottolineato anche nella Settimana sociale di Trieste con riferimento al tema della democrazia. Il Documento preparatorio ha evidenziato la crescita dell’analfabetismo politico tra i cattolici. Tra i motivi risulta, come emerso anche dal Documento finale del Cammino sinodale della Chiesa italiana, che la dimensione sociale della fede non è debitamente assunta, pensata, celebrata e proposta nei vari percorsi della catechesi e della formazione culturale e spirituale».
Nel contesto di una politica sempre più conflittuale, a cominciare dal linguaggio, i politici di ispirazione cristiana (quasi tutti, come si dicono) quali principi dovrebbero anzitutto assumere dalla Dottrina sociale?
«Basterebbe rileggere l’enciclica “Fratelli tutti” di papa Francesco. La conflittualità e le guerre crescenti ne richiedono una rivisitazione e un rilancio sul piano pastorale, educativo, politico. Forse non è stata presa sul serio. In tale enciclica si afferma che la grandezza politica di un popolo si mostra quando, in momenti difficili, si opera proprio sulla base di grandi principi e pensando al bene comune a lungo termine. Occorre, innanzitutto, riconoscere ogni essere umano come un fratello o una sorella e ricercare un’amicizia sociale. In vista di ciò è fondamentale l’esercizio alto della carità. Per aiutare i bisognosi e per dare vita a processi sociali di fraternità e di giustizia sociale, di integrazione, occorre progredire verso un ordine sociale e politico avente come anima ciò che papa Francesco chiama carità sociale. E la politica è una delle forme più preziose della carità, in quanto cerca il bene comune. La carità coniugata nel sociale ci fa amare il bene comune e fa cercare effettivamente il bene di tutte le persone, considerate non solo individualmente ma anche nella dimensione relazionale che le unisce. Però, l’amore sociale è una forza capace di suscitare nuove vie per affrontare i problemi del mondo d’oggi se non è considerata un vago sentimento e ad una condizione essenziale: se si accompagna all’impegno per la verità. La carità ha bisogno della luce della verità, luce che è, ad un tempo, quella della ragione e della fede. Un buon politico si impegna perché si diffonda una cultura del rispetto reciproco, del dialogo, di una convivenza pacifica».
L’esito del referendum sembra aver fatto rinascere la voglia di partecipazione politica specie nei giovani e negli astensionisti. È solo un caso?
«No. Appare un fatto positivo, che fa ben sperare. A patto che i giovani, assieme ovviamente agli adulti con esperienza di vita politica, si impegnino a rigenerare la politica che trascende i partiti. I partiti sono un ottimo strumento per la partecipazione quando siano riformati e non siano assolutizzati addirittura identificandoli con leader carismatici. Per ridare dignità alla politica occorre coltivare la ricerca della verità, della libertà, della fraternità, della giustizia sociale e del connesso bene comune. Oggi vanno sbaragliati l’individualismo e l’utilitarismo. Là dove prevalgono il libertarismo, la dittatura del relativismo assoluto, l’idolatria del denaro e della tecnica, è facile che il potente o il più abile riesca ad imporre la menzogna, un pensiero unico».
L’intervista completa a mons. Mario Toso è pubblicata sul La Vita Cattolica di mercoledì 15 aprile.














