Don Pietro Podrecca – o meglio, Peter Podreka – fu un prete amatissimo, figura a dir poco poliedrica. Nato a San Pietro al Natisone nel 1822 e ordinato sacerdote nel 1848, Podrecca svolse il suo ministero nella Slavia friulana. Di lui, nel 1923, così scriveva Ivan Trinko: «Di una speciale memoria è meritevole Peter Podreka, sacerdote benemerito sotto tutti i punti di vista, cappellano tra la gente semplice. […] Egli è stato il primo a scrivere nello sloveno letterario e ha composto numerose poesie slovene […]. Era un’anima slovena pura e sincera e diffondeva, ovunque poteva, la coscienza nazionale. Fu lui a indirizzare sulla retta via l’autore di queste righe, quando era ancora un giovane studente».
Dunque, don Podrecca ebbe un ruolo fondamentale nella salvaguardia della lingua e della cultura slovena, ma non è questa l’unica ragione per cui merita di essere ricordato. Trinko sottolinea che non c’era bisogno di ripetere quanto Podrecca «si fosse preso molta cura del benessere spirituale dei suoi fedeli», ma – aggiunge – che valeva la pena evidenziare quanto si fosse adoperato «anche per il loro benessere materiale»: «Istruiva il popolo nelle cose che sapeva e poteva fare; incoraggiava in particolare la frutticoltura e la viticoltura con l’insegnamento e con l’esempio».
Da don Podrecca una felice intuizione
È infatti don Podrecca a introdurre a Rodda, frazione di Pulfero, la frutticoltura, in particolare la coltivazione delle pesche. Il sacerdote, infatti, seguendo una sua felice intuizione, fece giungere da diversi vivai italiani delle piante che avessero caratteristiche buone per prosperare in una montagna con caratteristiche simili a quella delle Valli del Natisone.
Fece dunque scavare delle buche sul sagrato della chiesa e lì le piantumò. Quella novità da molti venne accolta con grande scetticismo, ma tutti dovettero ricredersi quando le piante con la loro generosità diedero ragione a quel lungimirante parroco. Così dunque – un po’ alla volta, di primavera in primavera –, la gente su quel sagrato si recava per prendere le migliori marze (parti di ramo con delle gemme, ndr) da innestare su piante selvatiche prese nei boschi.

Ben presto, anche altre comunità valligiane seguirono l’esempio di Rodda, sfruttando i terreni che avevano la posizione più favorevole e promettente. Vernassino, Stregna, Lasiz, Brischis e Tarcetta, ma anche altri paesi si diedero coraggiosamente agli impianti fruttiferi.
Fu così che all’inizio del Novecento di pesche di Rodda se ne producevano circa 1400 quintali (800 della pregiata varietà tardiva, settembrina, “Golden Eagle”, il resto di altre 4 varietà). Nel 1912 il geografo Olinto Marinelli nella sua «Guida alle Prealpi Giulie» descriveva questi assolati declivi come «una vera oasi fruttifera che richiama compratori anche da lontano».
La produzione continuò a pieno ritmo fino agli anni ‘50, poi iniziò il declino – dato dall’influsso della grande distribuzione e dallo spopolamento – fino ad arrivare al totale abbandono negli anni ‘80 a Rodda e all’inizio degli anni ‘90 nel fondovalle.
La sperimentazione di Ersa
Oggi si punta a un’inversione di rotta. L’Ersa, l’Ente regionale per lo sviluppo rurale del Friuli-Venezia Giulia – in stretta collaborazione con l’azienda agricola «ValNatisone» di Lasiz di Pulfero – sta infatti lavorando per far rifiorire la produzione delle storiche “ruonške brieske”, appunto, le “pesche di Rodda” mettendone a dimora alcune decine di esemplari.
Si stima che per il progetto, avviato quattro anni fa, serva ancora un tempo di sperimentazione di tre anni. Mauro Pierigh, titolare dell’azienda ValNatisone – che si trova sulla strada verso la grotta di San Giovanni d’Antro –, ha spiegato al quindicinale «Dom» che, una volta recuperate le marze, l’Ersa ha fatto decine di innesti sui terreni della sua azienda.
I “portainnesti” sono stati selezionati con attenzione in modo da rendere i peschi più resistenti alle principali problematiche che possono colpirli. «Gli esiti – spiega Pierigh – fino ad ora sono molto buoni: i peschi hanno dimostrato un’ottima resistenza alla “bolla del pesco” (una malattia che provoca l’arricciamento e la caduta delle foglie), ma anche alle gelate primaverili, che trattandosi di varietà a maturazione tardiva, sono molto pericolose.
Fino ad ora la quasi totalità delle gemme è stata utilizzata per creare nuove marze e innestare nuovi esemplari, prossimamente anche in luoghi diversi da Lasiz, ma quest’anno porteremo a fine maturazione anche qualche frutto (la raccolta inizia a fine agosto)». A favorire il progetto c’è anche una consapevolezza nuova, le persone infatti cercano sempre di più produzioni locali e sapori più autentici. Al contempo c’è anche una nuova generazione di agricoltori disposti a scommettere sulle varietà autoctone.
Anna Piuzzi















