Concorso 50° terremoto

58 – Testimonianza del terremoto a Lovea

Erano le 21 del 6 maggio 1976, a Lovea, piccola frazione del comune di Arta Terme, a circa 40 chilometri da Gemona. Due famiglie si preparavano a vivere una normale serata. Nella prima casa c’erano Daniela che dormiva sul divano, suo fratello Fiorenzo che ripassava una poesia da recitare l’indomani a scuola, il papà Lucio che faceva il nodo alla cravatta ad un suo fratello perché non ne era capace e la mamma, Cellina. Nella seconda abitazione c’erano Olivo, zio di Daniela, sua moglie Graziella, i due figli un maschio di cinque anni, una femmina e la nonna. Al momento della scossa erano tutti in casa e, nella seconda abitazione, il figlio, appena sentito tremare, si nascose per la paura sotto una pianta vicino alla porta d’ingresso, destando preoccupazione perché non rispondeva.

La scossa fu forte e soprattutto molto prolungata (circa un minuto), sembrava non finire mai. A leggere scosse gli abitanti erano abituati, ma questa fu diversa. Terminato il terremoto, recuperarono in fretta gli oggetti necessari per trascorrere la notte. Quella stessa notte la passarono svegli nell’orto, disturbati dal rumore continuo degli animali, che percepivano in anticipo le scosse di assestamento che si verificarono nei momenti successivi al terremoto. Il fratello di Daniela, ancora preoccupato per la poesia, continuò a studiare nonostante tutto quello che accadeva intorno.

Alle prime luci del giorno riuscirono a constatare che il paese non subì gravi danni, grazie alla consapevolezza del rischio sismico da parte degli anziani e alla distanza relativa dall’epicentro. Le notti successive le passarono ancora nell’orto, poi si trasferirono su un camion di proprietà del papà e dello zio, che lavoravano come costruttori edili, dove dormirono anche in dodici persone contemporaneamente. Successivamente il comune predispose delle tende in un piazzale all’ingresso del paese, dove continuarono a dormire insieme. Le giornate d’estate si susseguivano una dopo l’altra e durante il giorno si rientrava in casa solo per le necessità: per prendere cibo o oggetti utili; la fortuna era che le provviste alimentari non mancavano visto che una buona parte dei prodotti erano di produzione casalinga. I servizi igienici mancavano e alcuni si recavano nei campi limitrofi alle abitazioni mentre i più coraggiosi, soprattutto di notte, tornavano presso le abitazioni.

L’estate stava volgendo al termine e, con l’arrivo del freddo invernale, fu necessario costruire un riparo. Il papà e lo zio di Daniela realizzarono due baracche: una per dormire e una per vivere durante le giornate. In quei due spazi, vissero per circa tre anni, per paura di nuove scosse. Altre famiglie della zona ricevettero dei prefabbricati da parte del comune.

Il 15 settembre la terra tornò a tremare. La mattina di quel giorno Daniela, la mamma e il fratello si erano svegliati all’alba per una visita medica dalla dottoressa il cui studio distava diversi chilometri dal paese. Prima di partire, tutto tremò di nuovo: la scossa fu più intensa ma più breve. Daniela di quel giorno ha un’immagine ben impressa: quella di un campo che si sollevò da terra per qualche istante.

Il papà e lo zio, quel giorno non erano a casa, poiché si trovavano a Pozzuolo del Friuli per lavoro e, a seguito di una scossa di intensità minore rispetto a quella di giugno, videro la gente uscire dalle case impaurita. Notando che le persone erano molto spaventate dalla situazione decisero di andare a Lovea per accertarsi della situazione del paese. Per fortuna, anche in questa circostanza, rilevarono che i danni non furono gravi, se non qualche crepa soprattutto agli edifici di antica costruzione. Il danno che ebbe una ricaduta reale sulla popolazione fu quello di una frana che colpì la strada che collegava Lovea agli altri paesi. La strada principale, infatti, fu interrotta e nonostante si stesse lavorando alla costruzione di un percorso più agevole, quest’ultimo non era ancora agibile e ciò costrinse a percorsi alternativi: i più temerari attraversavano la frana mentre gli altri seguivano un tragitto più lungo, ma sicuro, che passava sopra la frana stessa. Il problema si ritorse anche sul tragitto delle corriere poiché erano ostacolate nel raggiungere l’altro lato della strada ed era necessario attraversare a piedi l’area franata (o usufruire dell’altro percorso).

Dopo queste due importanti attività sismiche, la vita quotidiana, interrotta dal punto di vista scolastico il 6 maggio con la promozione automatica degli alunni, riprese regolarmente alcune settimane dopo la scossa di settembre. La paura rimase comunque percepibile e gli anni successivi li passarono nelle baracche, poiché, soprattutto di notte, la possibilità che ci fosse un’altra scossa rimaneva alta.

L’autore ringrazia Daniela, Graziella e Cellina perché con la loro viva memoria di quell’evento hanno fornito un contributo fondamentale per la scrittura di questo testo.

 

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