«Serve un abecedario per imparare a stare sui social media, ripetendo tutto fin dall’inizio, senza dare nessun termine per scontato. Cos’è un post? Di chi è Facebook? Dove vanno a finire i dati? Dove nasce TikTok?». La proposta viene da Valentina Tonutti, social media manager professionista, intervenuta all’incontro promosso mercoledì 25 febbraio scorso a Feletto Umberto nell’ambito delle iniziative per i cento anni de La Vita Cattolica. Un incontro che ha visto una bassa partecipazione – purtroppo – ma una elevatissima qualità di contenuti: un buon auspicio, quest’ultimo, per gli incontri a venire. Dopo una parentesi lavorativa a Roma, oggi Tonutti vive a Udine e si occupa di strategie di marketing digitale, report, gestione di canali social per media, cultura, istituzioni. «In pratica, aiuto giornalisti, case editrici, politici e istituzioni a comunicare meglio sui social. E prendo tanti treni» scrive di sé sul suo sito web (e sulla sua newsletter specialistica, “Fuori dal PED”). Attualmente sta gestendo i social media per Stefano Nazzi, giornalista in tour in tutta Italia con il podcast live “Indagini”. Un osservatorio importante, quello di Tonutti, per parlare di evoluzione del mondo digitale e delle sfide che si prospettano.
Alcune tendenze in sintesi
| Giochi on-line | Circa un terzo dei ragazzi di 10 anni (quinta elementare) gioca on-line anche con sconosciuti. |
| Smartphone | Oltre la metà (51%) dei bambini di quinta elementare a Udine possiede uno smartphone. |
| Intelligenza artificiale | WhatsApp ha attivato una funzione di intelligenza artificiale (Meta AI, il “cerchietto azzurro”) e molti ragazzi interagiscono con questo chatbot per combattere la noia. |
| Social media | Molti adolescenti gestiscono almeno due profili sui social media (es. Instagram): uno è il profilo pubblico, l’altro ha un accesso privato, regolato dai ragazzi stessi, con contenuti riservati a una cerchia selezionata di persone. |
| Contenuti social | Ogni giorno chi è su Instagram o Facebook guarda almeno 100 reel (brevissimi video verticali) sui social media. È una specie di “zapping” tra vari canali di social media. |
| Trading | È in crescita il numero di adolescenti e giovani che investono somme di denaro in operazioni di trading on-line o scommesse. |
| Utilizzo passivo | Gli adolescenti utilizzano i social media in modo sempre più passivo. Significa che scorrono tra contenuti pubblicati da altri, senza contribuire con contenuti propri. |
Età diverse, possibilità diverse. Anche on-line
La social media manager, tuttavia, non era la sola a intervenire all’appuntamento di Feletto Umberto. Al tavolo dei relatori, infatti, era presente anche Giacomo Trevisan, formatore e coordinatore dell’associazione Media, educazione e comunità (MEC) che si occupa proprio di educazione al digitale con scuole, famiglie e pediatri. «Stiamo lavorando da quindici anni per capire che a età diverse si possono fare cose diverse – ha affermato –. Un’automobile non la guidi a quattro anni, ma nemmeno a quindici. Serve una formazione, un accompagnamento. Così dovrebbe valere nel digitale: c’è una fase di divieto, una fase di accompagnamento e una di autonomia». Trevisan lascia intendere come un paese come l’Australia, dove i social media sono vietati ai minori di sedici anni, sia il caso emblematico di come una volontà statale di tutela delle fasce d’età non ancora adeguatamente mature si possa tradurre in un effettivo beneficio per i bambini e i ragazzi. «Perché è un problema consegnare lo smartphone a età inferiori? Perché è scientificamente provato che se diamo un cellulare ai bambini per farli mangiare o per farli smettere di piangere, creiamo danni al loro sviluppo cognitivo: diamo loro delle scorciatoie che non li abituano a gestire emozioni e piccoli disagi quotidiani».

Bambini “rassegnati” a 10 anni
A proposito di emozioni, all’incontro di Feletto Trevisan ha portato l’esempio di una bambina di quinta elementare di un istituto friulano che la settimana precedente aveva ammesso di aver chattato con uno sconosciuto su TikTok, il quale ha poi inviato alla ragazzina foto delle sue parti intime. «La bambina ne ha parlato con i genitori e con noi in classe – ha affermato Trevisan – e ha “bloccato” il suo interlocutore. Ma è tutt’ora iscritta a TikTok, nonostante a quell’età non sia legalmente permesso, e non sono stati ancora attivati controlli parentali». La reazione, insomma, è stata decisamente morbida. Quasi rassegnata o, ormai, “ordinaria”. «La rassegnazione è un sentimento che riscontriamo anche nei confronti dei discorsi di odio e degli insulti on-line» hanno spiegato i due intervenuti. «Però sentir parlare di ragazzi rassegnati è decisamente triste. Per questo servono patti di comunità coinvolgendo i genitori».
Genitori in difficoltà
Già, i genitori. Spesso affaticati o poco avvezzi a seguire anche le avventure social-mediatiche dei figli. Tra i dati portati a supporto da Trevisan, emerge come l’utilizzo dello smartphone sia ormai maggioritario (51%) tra i bambini di quinta elementare. Aumenta, quindi, il rischio di esclusione sociale da parte di chi, invece, il telefono non l’ha ancora ricevuto. «Per questo il ruolo dei genitori è importante: sia per motivare la scelta di un “no”, sia per guidare i ragazzi a cui si concede l’uso dello smartphone. Esistono sistemi di controllo parentale preinstallati sui telefoni, così come ci sono indicatori (il PEGI, Pan European Game Information, ndr) che indicano l’età adatta a ogni videogioco on-line (su cui molte volte sono presenti chat non controllate). Però spesso i genitori non sanno o non riescono a seguire queste cose.»

Dal Papa l’appello a una «educazione permanente»
In definitiva, se tra i bambini il rapporto con la tecnologia è indubbiamente da regolare, tra i teenager invece si riscontrano i tratti tipici dell’età adolescenziale, con l’ulteriore ostacolo (per i genitori) che il “mondo parallelo” tipico di questa età è mediato da display e connessioni. Evidentemente è anche pensando a loro che Papa Leone XIV ha affidato al Messaggio per la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali 2026 un forte appello affinché «l’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’intelligenza artificiale» non si rivolga solo ai più giovani, restando appannaggio esclusivo della scuola, ma sia «integrata in iniziative più ampie di educazione permanente». La strada dell’educazione mediale, insomma, è ancora lunga.
Zuckerberg a processo
Mercoledì 18 febbraio il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, è stato udito per la prima volta dalla Corte superiore della contea di Los Angeles. L’amministratore delegato di Meta – società oggi proprietaria di Facebook, ma anche di Instagram e WhatsApp – è stato chiamato a difendersi dall’accusa per cui i prodotti della sua azienda comportino gravi rischi per gli utenti più giovani. Nello specifico, Zuckerberg doveva chiarire se le piattaforme del colosso big tech fossero state intenzionalmente progettate per creare dipendenza; inoltre, “Zuck” doveva rispondere alle accuse secondo cui l’azienda avrebbe deliberatamente adottato strategie per aumentare il coinvolgimento on-line di adolescenti e pre-adolescenti, innescando negli utenti gravi problemi di salute mentale.
La controversia proseguirà verosimilmente per alcune settimane, ma un confine è già stato varcato: è finita l’alleanza (semmai sia mai stata sancita e, in ogni caso, data per scontata dalle piattaforme digitali) tra i genitori e i servizi online, cui per anni – con troppa leggerezza – erano state affidate in tutto il mondo ore e ore di tempo di milioni di bambini e adolescenti, in una fase delicata della loro crescita.
L’articolo completo, a firma di Giovanni Lesa, è pubblicato sull’edizione de La Vita Cattolica del 4 marzo 2026.














