L'editoriale

Liceo per non scegliere

A iscrizioni concluse, si tira come al solito una riga. Chi doveva scegliere la scuola per (e con) i propri figli lo ha fatto. Concentriamo la nostra attenzione sui dati delle iscrizioni alle Superiori, dove il trend in un modo o nell’altro è in linea con quello dell’anno scolastico precedente. In regione i licei si confermano la prima scelta delle famiglie: attraggono più di uno su due (in provincia di Udine siamo quasi al 52%). I tecnici, sempre a livello regionale, sono in leggera flessione (ma a Udine crescono di una cinquantina di unità, passando da 1469 a 1507 iscritti, a poco più del 37%). Fanalino di coda i professionali, che a livello regionale “quotano” oltre l’11% (ma in provincia di Udine sono sotto il 10%). Il dato forse più curioso di tutti (ma non lo è per chi si diletta di statistiche demografiche) riguarda il numero totale degli iscritti in Prima, che a Udine per l’anno scolastico 2026/27 è di 4048 unità contro le 4001 del 2025/26. Segno di un inverno demografico che alle Superiori tarda a manifestarsi, annunciato come un’onda per nulla inattesa e paventato soprattutto da quegli istituti che non sono in linea con i parametri ministeriali per mantenere l’autonomia. Di fatto, dunque, non c’è nessuna variazione sistemica importante e, nonostante l’entrata in vigore del nuovo “esame di maturità” (quest’anno) e della riforma dei tecnici (il prossimo), le scelte sono dentro quel trend che stiamo registrando ormai da diversi anni. I dati, in ogni caso, ci consentono delle riflessioni a margine.

Dati che io ritengo essere in linea con quel carattere conservativo che le famiglie esprimono da tempo in relazione alla formazione dei propri figli. In un contesto sempre più spaesante – in relazione alle sfide del mercato del lavoro, alle tensioni politiche internazionali, alla scarsa tenuta delle tradizionali agenzie di senso e di socializzazione – chi deve scegliere un percorso formativo per i propri figli (e “con” loro, lo ribadisco) si trova di fronte a un mare aperto di possibilità. Spesso gli istituti non aiutano, perché, spinti da una concorrenza piuttosto bizzarra, hanno finito per moltiplicare negli ultimi decenni le sperimentazioni, le “curvature” e gli indirizzi. In questo scimiottando le università, che hanno dato vita ultimamente a corsi-contenitore che nominalmente sono pieni di attenzione alla contemporaneità (nuove tecnologie, nuove professioni, nuovi linguaggi, grandi manciate di “intelligenza artificiale”, percorsi accorciati e intensivi) ma che spesso sono solo la somma di contenuti piuttosto tradizionali.

E come si comportano allora quanti devono scegliere le Superiori? Alcuni si lasciano incantare dalle “sirene” (passatemi la provocazione!), altri hanno già adesso le idee chiare e scelgono perché è proprio lì che vogliono andare, altri ancora (e a mio parere sono la maggioranza) sono refrattari, resistono: di fronte alla moltiplicazione dei percorsi, si affidano al noto. Questo forse spiega il fatto che uno su due scelga i licei. Che cos’è il liceo, infatti, da sempre? Una scuola che prepara all’università, una scuola generalista, percepita di solito come varia, selettiva quanto basta, che può fornire ancora una formazione aperta e non troppo indirizzata. In un mondo in rapida trasformazione di cui si perdono rapidamente i contorni – lo ribadisco – è per le famiglie una scelta conservativa, perché di fatto nutre degli adolescenti con una robusta e multiforme attesa, ritardando il loro ingresso nel mondo del lavoro: c’è appunto prima l’università, la triennale, la magistrale, e poi magari il master, la specializzazione. Non voglio dire che i licei siano dei parcheggi: tutt’altro! Ma rappresentano una scelta figlia dei tempi. Di fronte all’incertezza e alla moltiplicazione delle opzioni, mi oriento verso ciò che dilata ulteriormente i tempi della scelta, dandomi nel frattempo strumenti per capire il mondo e imparare a starci. Ciò ha anche dei risvolti sociali sui quali meriterebbe riflettere più a fondo. Se l’avviamento di un percorso liceale mi inserisce, infatti, dentro un flusso formativo che si dilata negli anni, inevitabilemente si ritarderà anche il momento dell’uscita dalla famiglia, dell’indipendenza, del primo impiego e di quelli successivi, della stabilità economica e della maturità per formare una nuova famiglia… Un’adolescenza che tende ad ampliare i propri confini a fronte di una biologia che invece di ritmi ne ha altri: l’antico contrasto tra natura e cultura, condito con la salsa del XXI secolo! O forse niente di drammatico né di preoccupante: quanto semplicemente l’acquisita e consolidata percezione che il sistema di formazione e istruzione è diventato davvero permanente. Non si smette mai di imparare, di formarsi e di aggiornarsi. È un po’ come quella telefonata che allunga la vita: non finisce mai.

Probabilmente il focus dell’attenzione andrebbe indirizzato allora su un altro piano: come genitori e insegnanti dovremmo chiedere non la moltiplicazione degli indirizzi per stare dietro al demonio di turno, quanto una didattica sempre più attenta alla persona e alla crescita umana, nutrita da opportune conoscenze sull’identita flessibile dei ragazzi e delle ragazze, varia, ricca, stimolante. In grado di fare emergere passioni e competenze indirizzate prima di tutto al bene comune e alla giustizia sociale. Le professioni per essere competitivi a livello globale, che il frullatore mediatico sembra indicarci come unica essenza vitale, sono il mezzo, non il fine della vita. Sarebbe bene non dimenticarselo.

Luca De Clara

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