Nei prossimi giorni il Friuli si fermerà ancora una volta. Lo farà nel ricordo di quel boato che, cinquant’anni fa, il 6 maggio 1976, squarciò la terra e le certezze di un popolo. Nella riflessione di questo numero speciale di Vita Cattolica vorrei tentare una strada un po’ provocatoria, evitando la tentazione di tirare in ballo la ricorrente retorica del “modello Friuli”, che forse – diciamocelo – dura da troppo tempo. Perché le cose sono cambiate, eccome se sono cambiate! E così propongo al lettore una domanda scomoda, ovviamente nella speranza che non accada mai: se l’Orcolat si rendesse nuovamente presente, come risponderebbero le istituzioni, la Chiesa, le persone? Io, personalmente, come reagirei? Pongo questa domanda perché, mentre ci prepariamo a vivere le celebrazioni civili ed ecclesiali – che probabilmente saranno le ultime così sentite, a causa dello sbiadire anagrafico di chi ha vissuto quel dramma – è fin troppo facile lucidare le medaglie del passato. Certamente dobbiamo essere fieri del racconto di quel miracolo fatto di pietre e volontà, di sudore e solidarietà. Ma siamo sicuri che quel “motore” sia ancora acceso? Se la terra tremasse stasera, probabilmente troveremmo un Friuli tecnicamente più “blindato” e socialmente più sfilacciato. Le nostre istituzioni, che nel ’76 godettero di una libertà d’azione quasi eroica grazie a una delega reale tra Stato e territorio, oggi forse si ritroverebbero prigioniere di una burocrazia più asfissiante. La rapidità che ci rese famosi nel mondo verrebbe probabilmente soffocata da una giungla di norme nate per garantire trasparenza e assegnare responsabilità, ma che finirebbero per immobilizzare molte iniziative. Anche la nostra Chiesa non sarebbe più la stessa. Il vescovo Alfredo Battisti, due giorni dopo il sisma, da Tolmezzo ripeté con forza che quella era «la grande ora storica dell’amore», aggiungendo il 16 maggio, durante la Messa davanti alla cattedrale di Udine, che «l’amore si è fatto sentire come un’ondata grande, commovente, impetuosa». In effetti, la reazione fu corale: un’ondata di carità immensa che verrà testimoniata anche nel Convegno Caritas del prossimo 2 maggio e nella Messa del 3 maggio con le Diocesi gemellate. Ma la domanda resta: oggi la nostra Chiesa sarebbe ancora in grado di essere quel collante comunitario, capace di farsi lievito per il sociale? Le nostre comunità, che professano la fede nel Cristo risorto, saprebbero ancora tradurre quel mistero pasquale in una carità che si fa fango, macerie e fatica condivisa? C’è sempre un rischio: che la fede si rinchiuda nel sacro senza tener presente la carità; che la solidarietà non trovi le proprie motivazioni nel centro dell’esperienza di fede, che è Cristo. Ecco perché la domanda più intima, in realtà, riguarda me, riguarda noi come persone. Che cosa abbiamo davvero imparato? In un mondo sempre più individualista e indifferente verso l’altro, che cosa abbiamo ereditato dal passato? Se perdessi tutto domani, avrei la stessa tempra dei miei nonni, che iniziarono a sgombrare le macerie a mani nude prima ancora di ricevere un modulo abitativo? Oppure passerei il tempo a cercare colpevoli (magari sui social), a invocare protocolli e a pretendere che lo Stato mi restituisca esattamente la vita di prima? E la fede, che peso avrebbe nel ripensare l’ora del dolore e la speranza del futuro? Talvolta l’impressione è che abbiamo costruito case antisismiche, ma non “anime antisismiche”: spesso ci attiviamo solo se il dolore ci colpisce personalmente, come se la carità fosse una reazione all’emergenza e non una scelta quotidiana fondata sul Vangelo. Sono sempre più convinto che questo cinquantesimo non debba diventare un mero esercizio di archeologia della memoria. Così come non possiamo considerare il “modello Friuli” una formula matematica da riprodurre tale e quale anche oggi. Celebrare il terremoto dovrebbe diventare un esame di coscienza per l’oggi e uno sprone a intravedere strade nuove per un futuro in continuo cambiamento. Ricordandoci che è proprio nella fedeltà quotidiana, spesso nascosta, che può rinascere quella stessa “ondata di amore”: non come ricordo, ma come promessa ancora possibile.
Articoli correlati
Francesco un anno dopo
Un anno fa, il 21 aprile 2025, lunedì di Pasqua, papa Francesco ha concluso il suo percorso terreno. È trascorso un tempo troppo breve per fare un bilancio avvertito del pontificato innovativo, complesso, magmatico e…
Riponi la spada
Domenica scorsa Gesù ci ha salutato così: “Pace a voi”. Questo tempo di violenza, bombardamenti e dolore sembra aspettare quel saluto che non arriva mai. Parole quali libertà, dignità umana, diritto internazionale, speranza,…
Una Fieste de Patrie consapevole
Patria, maschile singolare. Avete letto bene. Non si tratta di una svista e nemmeno di un velleitario tentativo di riforma grammaticale. Patria nasce dal latino patrius, del padre, e che riferito a un luogo lo indica come …














