Se nel 1963 a essere definite “meravigliose” furono le invenzioni della tecnica (come recita l’incipit di Inter Mirifica, documento sulle Comunicazioni sociali uscito dal grembo del Concilio Vaticano II), sessantatré anni dopo – in un’epoca caratterizzata da uno sviluppo tecnologico senza precedenti nella storia – è l’umanità a essere definita “meravigliosa”. Lunedì 25 maggio in Vaticano è stata presentata la prima enciclica firmata da Leone XIV, chiamata proprio “Magnifica Humanitas”, un documento «sulla custodia della persona umana al tempo dell’intelligenza artificiale» sviluppato in cinque capitoli e 245 paragrafi.
Due immagini bibliche
Cita John Ronald Tolkien, Romano Guardini e Hannah Arendt. Beethoven, Picasso e il film Schindler’s list. Martin Luther King e Marie Curie. Benazir Bhutto e Francis Xavier Van Thuan. Oltre, ovviamente, a Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Tutti chiamati a incarnare le due icone bibliche attorno a cui Leone XIV ha costruito la sua enciclica: non tanto la dispersione dell’umanità che ha sfidato Dio costruendo la torre di Babele (in Genesi 11), quanto invece la ricostruzione di Gerusalemme da parte di tutto il popolo ebraico rientrato dall’esilio babilonese (nel libro di Neemia). L’intero documento si sviluppa sotto questo architrave, ricordando come «la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme» (n. 9).

IA tra moralità e sviluppo tecnologico
Un ampio preambolo sul percorso della Dottrina sociale della Chiesa – in cui il Santo Padre afferma che «il primo diritto umano è il diritto alla vita» (n. 55) – apre le porte al cuore del documento. È qui che trova ampio spazio un approfondimento sull’intelligenza artificiale, sulla quale Leone XIV richiama «un discernimento morale e sociale che custodisca il primato della persona» (n. 97) in affiancamento al rapidissimo sviluppo della tecnologia. L’IA viene considerata «moralmente non neutra» (n. 104) in virtù delle finalità alle quali potrebbe essere destinata. Tra le righe si legge la consapevolezza che un utilizzo illecito stia già accadendo: si citano i conflitti (nelle forme “ibride” e con l’utilizzo di armi dotate di IA) come altri contesti in cui la tecnica già prevale sulla responsabilità personale, sulla moralità e sull’etica (come la “banale” navigazione in rete, con la raccolta e la vendita di dati da parte delle piattaforme digitali). Per questo motivo Leone XIV, vista anche la sua formazione scientifica, chiede con forza «la possibilità di discutere il codice etico da usare, sottoponendolo a criteri di giustizia sociale condivisa. Non serve un’IA più morale – prosegue il Papa – se questa morale è decisa da pochi» (n. 107). Un appello forte, che dà corpo a iniziative già intraprese dalla Santa Sede (una su tutte, il progetto “Rome call for AI ethics” del 2020).
L’umanità fiorisce nel limite
Un affondo particolare viene dedicato alle derive del transumanesimo e del postumanesimo che vedono la tecnologia sopperire ai limiti intrinseci della persona umana. Il Papa richiama la necessità di dare un senso al limite fisico e biologico, in quanto «l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (n. 118).

Verità, lavoro e libertà
Una triade di elementi contraddistingue il quarto capitolo dell’enciclica, ampliando il discorso rispetto alla sola IA per intersecare differenti sfere della vita umana. Si parla della comunicazione che procede da una «ricerca condivisa della verità dei fatti» (richiamo recentemente rivolto da Papa Leone ad alcuni suoi critici oltreoceano), sollecitando «il rafforzamento dei corpi intermedi, un giornalismo serio e luoghi di confronto in cui contino l’argomentazione e la verifica più che la reazione immediata» (n. 137). Si parla anche di utilizzo dei social (per i quali il Papa si schiera a favore del divieto sotto a certe età) e di educazione. Importanti affondi sul mondo del lavoro, in fibrillazione per i rischi – già verificatisi anche in Italia – di sostituzione di dipendenti con sistemi di IA e su discriminazioni “algoritmiche” su forme di accesso al credito, a servizi o a impieghi. Emblematico il richiamo a una nuova forma di libertà legata ai cosiddetti “big data”, con il Papa esorta a «trasformare la conoscenza condivisa in bene comune, non in leva di dominio; restituire ai popoli non solo i dati che li descrivono, ma anche la possibilità di decidere come verranno usati, da chi e per chi» (n. 178).
«La civiltà dell’amore»
La nota espressione di San Paolo VI, per Leone «non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente. Essa – prosegue il Papa – consiste nel tradurre la carità in strutture di giustizia, nel dare corpo istituzionale alla fraternità» (n. 186). È evidente la richiesta, accorata, di un cambio di paradigma: la buona volontà e le piccole azioni sono necessarie, ma non sufficienti per lo sviluppo di una vera e propria civiltà, come afferma in sintesi al n. 213. È qui che Leone XIV spende le parole più decise in merito al tema degli armamenti: «Il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose sulle popolazioni civili» (n. 192).
Collaboratori della creazione
La conclusione dell’enciclica non può che tornare all’origine di tutto. «Nelle promesse del transumanesimo e di alcune correnti postumaniste, che inseguono un’umanità potenziata e quasi disincarnata, riconosciamo un desiderio che ci riguarda: il bisogno di una vita più piena, meno esposta alla fragilità e alla sofferenza. L’Incarnazione apre però una via diversa», afferma Leone al n. 232. «In Cristo – conclude – comprendiamo che l’uomo è chiamato a essere collaboratore nell’opera della creazione, anziché spettatore rassegnato di processi tecnologici che ne limitano la libertà e la responsabilità».
Giovanni Lesa














