Commento al Vangelo

«Chi semina nelle lacrime, mieterà con gioia»

Commento al Vangelo del 12 luglio 2026,
XV Domenica del Tempo ordinario (Anno A)
Lc 21,9-19

«Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

A cura di don Pietro Giassi

Dalla liturgia dei Santi Patroni Ermacora e Fortunato, prendo alcuni versetti che potrebbero aiutare la nostra personale riflessione e successivamente la loro traduzione nella nostra vita quotidiana; il vangelo è infatti un’esperienza vissuta, prima di essere oggetto di studio o testo spirituale per teorie sulla vita. Così è stato per i nostri Patroni, che l’hanno vissuto fino all’effusione del sangue a testimonianza che lo Spirito del Risorto aveva lavorato in loro e continuava a sostenerli nella difficoltà del mostrarsi cristiani.

È pensando a tutto ciò che il primo versetto che mi aiuta è quello del salmo responsoriale: “Chi semina nelle lacrime mieterà con gioia”. Seminare è perdere. Seminare con speranza ci spinge a vedere la semina come un investimento, perché magari raccoglierai il tuo, moltiplicato. Però rimane che stai buttando nella terra un seme buono e il futuro è sempre incerto, non sapendo se pioverà o ci sarà la siccità… Nella sofferenza e con l’incertezza del futuro, che fare? Semino oppure no? La testimonianza di sangue dei nostri martiri ci sostiene, perché anche nelle lacrime la nostra vita va messa nella terra, come il Signore che vi è rimasto per tre giorni, come un atto di affidamento completo al Padre che è nei cieli. Investiamo la nostra vita nel bene, nel bello e nel buono avendo come garanzia che anche noi potremo cantare con il salmista: “Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia”.

Forse ci vediamo poveri, fragili e deboli. È vero, lo siamo: noi portiamo questo tesoro in vasi di creta. San Paolo ai Corinzi ci ricorda che la nostra debolezza non è di ostacolo né alla testimonianza né a una vita vissuta in pienezza. Giovanni, nel suo vangelo, riporta le parole del Signore che ci ricorda come la vita, la vita eterna, è conoscere il Padre e colui che il Padre ha mandato. Ma come conoscere il Signore se troppo pieni di noi stessi? Talvolta sono proprio la nostra debolezza e i momenti di incertezza a diventare occasione perché appaia chiaramente che questa potenza appartiene a Dio, e non viene da noi. Non siamo stati noi bravi, è il Signore che opera attraverso di noi e la nostra fragilità rende onore a colui che opera attraverso di noi affinché la gloria sia tutta sua. Non siamo noi capaci di amare tutti, sempre e comunque accentando tutto ciò che arriva, è il Signore che trova in noi la fede sufficiente per aprirgli uno spiraglio, sì che possa operare.

Il vangelo si chiude spronandoci: con la vostra perseveranza salverete la vostra vita. Sembra quasi che siamo noi a doverci salvare, e forse è proprio così: la perseveranza della fede, perché chi crede in lui non è condannato, ma chi non crede è già stato condannato (Gv 3,18). A noi perseverare nella fede, quella fede che ci ricorda che tra i due è soprattutto il Signore ad essere fedele con noi, è lui che si è impegnato a renderci felici e quindi testimoni della sua bontà e del suo amore. Perché la vera battaglia si gioca proprio sulla fede (2Tm 4,7) che va preservata, custodita e testimoniata, magari proprio nel solco dei nostri Santi Patroni.
don Pietro Giassi

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