Chiesa

«Chiesa più missionaria che si prenda cura delle vocazioni». 50 anni dopo il sisma, le riflessioni dell’Arcidiocesi

«Ci mancano le “comunità di preti” che c’erano un tempo. Forse è il caso che i preti, oggi, riscoprano la loro fraternità anche vivendo insieme. Dove è scritto che non si possa fare?» È don Federico Grosso a farsi portavoce di una provocazione emersa dal convegno «Dare la vita» che domenica scorsa, 25 ottobre, a Buja, ha ricordato le figure ecclesiali che guidarono il Friuli alla rinascita dopo il terremoto. Un’istanza rilanciata anche da don Daniele Antonello nel corso della tavola rotonda che ha proseguito i lavori bujesi: «Una recente ricerca sul clero negli Stati Uniti – ha affermato il rettore del seminario – ha evidenziato come il 46% dei parroci non voglia più avere tale incarico, a fronte di un 33% nel mondo dei religiosi. C’è un rischio molto alto di burn-out (esaurimento, ndr) in chi si ritrova a gestire, oggi, la pastorale di diverse Parrocchie, l’amministrazione di tanti immobili, eccetera. Certamente ai preti di domani non può più essere chiesto questo e il problema della solitudine dei preti è reale. Evidentemente le forme di vita comunitaria presenti nelle congregazioni offrono delle possibilità in più».

L’omaggio della sindaca di Buja, Silvia Maria Pezzetta, all’arcivescovo mons. Riccardo Lamba

Vent’anni di fermento culturale nel clero

Ma andiamo in ordine. Il convegno di Buja è stato l’ultimo (il quinto) che l’Arcidiocesi udinese ha proposto per ripercorrere la fede, la tenacia e gli insegnamenti di coloro che hanno fatto riemergere il Friuli dalle macerie del terremoto del 1976. A Buja si sono ricordati innanzitutto il Vescovo del terremoto, mons. Alfredo Battisti, i preti e le suore di allora, con una relazione di apertura affidata proprio a don Federico Grosso. «Chi si aspetta la citazione di questo o di quel prete del tempo del terremoto, resterà deluso. Di loro non serve alcuna mitizzazione, ma una memoria nella verità» ha chiarito fin da subito don Grosso, le cui parole, invece, hanno ripercorso un’epoca lunga oltre vent’anni nella quale il clero era davvero portatore di innovazione, istanze sociali, voce del popolo «perché espressione della popolazione».

Don Federico Grosso

«Nella seconda metà degli anni Sessanta – ha spiegato don Grosso – il clero fu coinvolto nella sottoscrizione, appoggiata dal vescovo Zaffonato, di una mozione per chiedere migliori condizioni per la popolazione: dall’università alle infrastrutture viarie, dall’eliminazione delle servitù militari alla lingua friulana. La mozione del clero del 1967, poi ritirata per tensioni politiche con la Democrazia cristiana, segnò l’inizio di un’epoca di fermento culturale che vide nascere due grosse correnti: Glesie furlane, che rivendicava la radice aquileiese e si faceva portatrice di istanze identitarie (ma non “identitariste”), e i “Preti della Stradalta” che invece avevano un approccio più propositivo e meno retrospettivo». Oggi la sola nascita di correnti culturali del genere, in un clero molto meno numeroso e alle prese con un carico amministrativo più pesante, sarebbe impensabile. Ed è una grande povertà, non soltanto per la Chiesa. «Tuttavia – ha proseguito don Grosso – alcuni elementi che univano tutti e che uniscono ancora sono la capacità di stare tra la gente e la spiritualità. Anche in forme rustiche, direi quasi “salvadiis”, ma la spiritualità era l’àncora per resistere. E lo è ancora oggi: è questo, in fondo, ciò che rende davvero spendibile “dare la vita”».

Un momento del dialogo con don Antonello, suor Soardo e Ranieri

Oggi? Innamorarsi sempre di Gesù

Tre voci si sono alternate nella seconda parte del pomeriggio: al già citato don Daniele Antonello si sono affiancati la salesiana suor Jessica Soardo e il seminarista Matteo Ranieri, prossimo diacono. Proprio quest’ultimo ha ricordato come oggi ci siano ancora giovani capaci di “dare la vita” «quando si innamorano di Gesù. Non è poesia, ma è l’attrazione di chi ha saputo dare la vita per primo. Il mio parroco d’infanzia mi ricorda spesso che questa vocazione va abbracciata ogni giorno, affinché non si perda. Il rischio non è solo di non coltivarla, ma anche di abbandonarla dopo l’ordinazione sacerdotale». Don Antonello ha ripreso le parole di Ranieri, affermando come per un prete, oggi, sia necessario «fare continuamente esperienza di Gesù». Il rettore ha ricordato anche che «il carisma del prete diocesano è coltivare le relazioni, prima di tutto con il Signore. È in esse, soprattutto, che dobbiamo rinnovare la fraternità innanzitutto nel clero, per potere stare con la stessa intensità tra le persone».

Suor Soardo ha guardato, invece, alla realtà giovanile odierna, spesso alla ribalta delle cronache più per gesti di violenza che per la sua capacità di rinnovamento. «Prima di dire qualcosa ai giovani, la Chiesa deve saperli ascoltare. Le intuizioni di San Giovanni Bosco sono nate proprio in un periodo di disagio giovanile, ma – ha affermato, rifacendosi alle parole di Ranieri – serve coltivare la propria vocazione». La giovane religiosa ha ricordato anche un episodio doloroso: «Stavo vivendo un periodo di difficoltà vocazionale e, in quei mesi, una nostra consorella malata è giunta al termine della sua vita. Negli ultimi tempi, parlando con lei, mi sono resa conto che il Signore mi stava accompagnando, nella difficoltà, tramite quella sorella morente. È davvero possibile donarsi fino in fondo».

Mons. Dino Bressan

La vocazione? È amore alla vita

«Se è vero che la specie umana si contraddistingue per la “ricerca del significato”, come aiutare i giovani a cercare ed esprimere un significato alla propria vita?» Sono le parole di mons. Dino Bressan, vicario generale, a tracciare una prospettiva alla conclusione del convegno bujese. «Qui si pone l’importante lavoro educativo della Chiesa, delle famiglie, dei suoi pastori (specialmente dei preti giovani) e degli educatori cristiani per recuperare la base di ogni vocazione, che è l’amore alla vita». Per fare questo, ha concluso mons. Bressan, serve «essere una Chiesa meno trionfalistica, meno autocentrata e più missionaria, capace di costruire comunità vive e ridare significato alle vocazioni consacrate. Le comunità cristiane sono chiamate ad accogliere e apprezzare la vita come vocazione».

G.L.

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