Una carriera lunga 28 anni– «Tra tutto», sottolinea –, lei che di anni oggi ne ha 34 anni. Elena Cecchini, originaria di San Marco di Mereto di Tomba – «Ora abito a Ciconicco», specifica, facendo capire che in fondo è bello rimanere vicino alla famiglia d’origine e pure nei luoghi che hanno fatto da scenario alla sua crescita, umana e professionale –, domenica 18 ottobre ha salutato il ciclismo professionistico. Così, dopo l’ultima tappa dell’Eneco Tour Women, ad Arnhem, nei Paesi Bassi (è una sorta di Giro d’Olanda) – e il tributo delle colleghe da far venire gli occhi lucidi («È stato così!», ammette) con un corridoio di bici alzate e le ruote che giravano – la campionessa friulana da quella bici è scesa. Senza appenderla al chiodo, per il momento. «Di sicuro qualche uscita la farò ancora…», ammette. Anche perché in famiglia c’è pure il marito, Elia Viviani, che ha scritto pagine entusiasmanti della storia del ciclismo professionistico, campione olimpico e mondiale su pista (solo per citare qualche titolo), che dopo il ritiro dall’attività agonistica è rimasto nel “giro” delle Nazionali (su pista e su strada) come team manager.

Ora però, per Elena – 16 anni da professionista («Sono volati») – è giunto il momento dei saluti e di voltare pagina. «È stata un scelta che ho maturato da circa un anno – spiega –, proprio per concedermi il tempo di processare quello che sarebbe stato il cambiamento totale di vita; dall’oggi al domani – aggiunge – non è facile non dedicarti più a ciò che hai fatto per tantissimi anni».
Soprattutto se in “quei tantissimi anni” di chilometri – da quando ha iniziato a gareggiare a sei anni con la maglia della Libertas Ceresetto di Martignacco – ne ha macinati, eccome. Basta dare un’occhiata al suo ricco palmarès, costruito su strada e su pista. “Parla” di cinque titoli italiani individuali (su strada), della classifica generale del Trophée d’Or, del Giro di Turingia e delle vittorie di tappa nelle principali corse europee. E poi l’oro ai Giochi del Mediterraneo, cinque titoli europei (il primo nel 2009 da Juniores), una pioggia di medaglie anche con la maglia azzurra agli Europei e ai Mondiali, oltre al titolo mondiale nella cronometro a squadre con la formazione Canyon-Sram. Elena nella sua carriera ha vissuto anche l’emozione olimpica, a Rio 2016 e Parigi 2024, «confermandosi – come ha scritto la Federazione ciclistica italiana – una delle presenze più affidabili della Nazionale femminile».

Insomma, un curriculum di grande rilievo. E quando le si chiede qual è l’emozione che ricorda con più affetto guardandosi indietro, non ha alcun dubbio. «Conservo nitide l’immagine e l’emozione di quando, era il 1998 e avevo 6 anni, sono entrata per la prima volta nel “pistino” di Martignacco, per il mio primo allenamento, probabilmente l’unica bambina tra una squadra di maschi».
Nel cuore, dunque, tra tante medaglie e titoli, resta il luogo dove tutto è iniziato. In fondo, Elena è cresciuta a pane e bici, a due passi da casa. Il papà è stato ciclista, così come il fratello, più grande di 5 anni, e poi lo zio e i cugini. «È stato del tutto naturale provare, anche se per mia madre, al tempo, il ciclismo era sport prettamente maschile e perciò ha provato a farmi desistere con altre proposte sportive…». Un tentativo non andato a buon fine, anche perché la bambina fin dalle prime gare ha iniziato a tagliare il traguardo davanti a tutti. Così da quella bici non è più scesa, ed è stato un bene. «Sono orgogliosa di tutto quello che ho fatto e di essermi goduta stagione dopo stagione», aggiunge. Il segreto? «La disciplina. Sempre: sui libri, negli allenamenti, in gara e in tutto quello che c’è attorno all’essere un’atleta agonista, con regole precise, dalla tavola in poi. Ci tenevo a fare bene anche nello studio: ho frequentato il liceo scientifico Marinelli e ricordo ancora le levatacce alle 4 del mattino per arrivare preparata a compiti e interrogazioni. Poi, finite le lezioni, mangiare di corsa qualcosa e via in bici. Ero super organizzata ed è stata proprio la combinazione scuola-sport che mi ha formata».

Tenacia e determinazione che – analizza – rappresentano quella “friulanità” che in famiglia, fin da piccola, ha sempre respirato. E di sicuro l’accompagneranno ora anche nei nuovi progetti. «Dal 2012 faccio parte del Gruppo sportivo Fiamme Azzurre e, quindi, sono a tutti gli effetti un agente di polizia penitenziaria. Mi piacerebbe però, vista l’esperienza, rimanere coinvolta nel mondo sportivo».
Intanto Elena prosegue l’esperienza, già avviata, di portare la propria testimonianza nelle scuole, raccontando la sua carriera, la bellezza dello sport sano, l’importanza del rispetto anche quando si è in strada e, dunque, pure della sicurezza. Di recente è entrata in classe, alle medie di Basiliano. Nelle prossime settimane sarà uno dei protagonisti del decennale progetto “Prendi la bicicletta e vai”, ideato dall’appassionato ciclista amatoriale bujese Roberto Bortolotti, che sarà proposto alle scuole medie di Buja con un ciclo di lezioni, pedalate tra le colline e corso di meccanica.
Nel frattempo la campionessa friulana conta anche di godersi un po’ casa. Desiderio sacrosanto dopo una carriera che la teneva fuori dal Friuli per più di 250 giorni all’anno. Magari trascorrendone qualcuno in più con il marito Elia. «Al momento – racconta –, rispetto ad una classica coppia ci vediamo ben poco e ci parliamo tanto al telefono, visti i suoi impegni con la Nazionale. Quando siamo a casa abbiamo una vita semplice e non si parla solo e sempre di bici. E non sarà difficile vederci per Ciconicco a fare una corsia insieme o una semplice passeggiata», assicura.
Insomma, per Elena davanti c’è una quotidianità tutta da reinventare, ma che non la spaventa affatto. A mancarle, ammette, «sarà sicuramente la bellezza dello stare insieme in squadra». Ma ci sono anche cose che non rimpiangerà affatto: «La fatica, gli allenamenti nel freddo invernale… Credo di essermi ritirata dal professionismo nel momento giusto, quando tutto ciò stava iniziando a pesarmi. Adesso, seppur la bici resti il mio primo amore, sono pronta a provare qualcosa di nuovo».
Monika Pascolo















