Cento anni insiemeStorieVal Canale e Canale del Ferro

Moggio Udinese. «Vi racconto i miei compaesani a cui da bambina consegnavo Vita Cattolica nelle case»»

Frequentavo la quarta elementare quando don Guido Silvestri, curato di Moggio di Sopra, dopo una lezione di catechismo nella gelida, enorme sacristia della altrettanto enorme e gelida chiesa di Moggio Basso, mi chiese senza tanti preamboli di diventare “buonstampista”, di assumermi cioè il compito di recapitare nelle famiglie il settimanale “La Vita Cattolica”, privilegio riservato a ragazzini ritenuti abbastanza affidabili e calmetti. La richiesta di un sacerdote non veniva mai messa in discussione né dai ragazzini, né dai loro genitori. Si faceva quanto richiesto e basta. E poi don Guido aveva un grande ascendente sui giovani e le loro famiglie. Era un gigante buono, omone alto, spalle larghe e possenti, occhi azzurri e intensi sempre sorridenti. Sapeva parlare e avvincere con maschia mitezza, voce possente dal timbro pieno e avvolgente, un vero incanto sentirlo cantare i Vespri domenicali o il Dies irae nei funerali!

A ogni ragazzino un preciso tratto di strada. A me sarebbero toccate Piazza Uffici, Via Chiesa e Via Roma. E così un bel sabato don Guido arrivò a casa mia, depositò all’ingresso una ventina di copie del settimanale, arrivederci e grazie. L’indomani avrei dovuto portare in canonica, dopo i Vesperi e prima di andare al cinema parrocchiale, la somma raccolta. Una scena da film neorealista quella che si svolgeva nella piccola, francescana cucina del complesso abbaziale, superbamente affacciata sull’ampio, magnifico panorama della Valle del Fella! Don Guido seduto a tavolino che contava attentamente le piccole somme che una sfilza di bambini, che si spingevano e si strattonavano, si affrettava a consegnare per poi fiondarsi come rondini impazzite di luce nel cortile del chiostro, dove giocare a nascondino, a rincorrersi, a pallone. Nella prima metà degli anni ’50 nel cortile del chiostro non c’era il pozzo, bellamente installato verso la fine del decennio da mons. Giuseppe Moro e non c’erano le aiuole, create e curate personalmente, con somma grazia da mons. Adriano Caneva nei primi anni ’70. C’era solo il cortile, ghiaia e ciottoli, e poi il porticato del chiostro, buio, umido, acciottolato, ideale per corse sfrenate, salti da un muretto all’altro, grida allegre e spensierate! Don Guido contava e contava le monetine che, talvolta, ma di rado, non bastavano a far quadrare i conti. Con calma don Guido: Li astu portadis dutis? – Si, dutis.- E alore dulà sono i bez che ai mancjin? Frugando affannosamente nelle piccole tasche il ragazzino rispondeva desolato: Di sicur ju ai pierduuz, don Guido, mi displas. – Ancje a mi, rispondeva il sacerdote con tono bonario- viout,mo , di sta pui atent!

Pacchetto dei giornali stretto al petto, la domenica mattina dopo la Messa del Fanciullo, ore 9.00 in punto, i ragazzini sciamavano allegri per le vie del paese, bussavano alle porte, entravano lanciando saluti festosi e canori: Mandi Rose, la Vita Cattolica. – Mandi frut, grazie, poe su la taule, Cemut la none? Mandi, saludile! – Un rito semplice, spontaneo, parole e gesti che legavano in naturale armonia bambini e adulti in uno scambio di sentimenti e di affetti che educavano la mente e l’animo dei ragazzi e nel contempo scaldavano il cuore di adulti e anziani i quali, spesso, nei discorsi barattati al volo, non tralasciavano raccomandazioni, saggi consigli, racconti di vita vissuta dal fascino senza tempo, che ci mandavano in estasi! La vita, allora, era una vita comune, una famiglia allargata!

La mia prima copia de La Vita Cattolica finiva nelle piccole mani arrossate della signora Anita, moglie del sior Giuan dal Centul, proprietario di una ben avviata macelleria e di una enorme casa, che affacciavano su Piazza Uffici al centro del paese. Una delle famiglie più ricche della zona. Lui, ometto tozzo, gran faccione rubizzo, sempre serio e un po’ accigliati, badava al buon funzionamento della macelleria, mentre la signora Anita girava per i mercati del Medio Friuli per l’acquisto degli animali da macello. Ed era proprio lei che la domenica mattina aspettava con interesse l’arrivo del nostro giornale. Imponente e robusta matrona d’altri tempi, pochi capelli grigi raccolti sulla nuca, passo saltellante su due piedini delicatamente avvolti in delizioso un paio di scarpine di morbida pelle di vitello, che aderivano al piede come un guanto! Cosa rara per quei tempi di scalata affannosa al benessere, gomma vibran per le scarpe maschili, robusto, rigido cuoio per quelle austere femminili! Comunque, la signora Anita non perdeva tempo.

Comodamente seduta sulla nuda panca, che girava stupenda intorno a un grande focolare illuminato dall’intera parete a semicerchio retrostante, si immergeva totalmente nella lettura de La Vita Cattolica che le permetteva, così diceva soddisfatta, di fare un giro per il Friuli e di venire a sapere che cosa succedeva “qua e là”. Anzitutto la cronaca, che riportava a gran dovizia fatti e accadimenti delle varie località della provincia e poi una serie di notizie esposte in modo dettagliato, preciso e lineare riguardanti il prezzo dei tabacchi, gli aggiornamenti sulle tariffe postali, l’andamento dei mercati con riferimenti precisi al costo di cereali, verdure e persino del bestiame, a peso vivo e a peso morto. Ed era qui che la signora Anita si fermava con grande interesse, perché l’argomento la riguardava in prima persona. Il buon andamento della macelleria dipendeva anzitutto dall’eccellenza delle carni e quindi dalla sua bravura nell’acquistare sui mercati dei difficili anni postbellici animali sani, robusti e, possibilmente, a buon mercato! Figura rara, perché il mercato del bestiame dell’epoca era un ambiente per lo più maschile, rude e fortemente competitivo. Ma lei aveva imparato a mediare le trattative, sapeva stimare a colpo d’occhio peso, età, stato di salute e possibile resa degli animali, concludeva gli affari con la tradizionale, energica stretta di mano. Il forte intuito, la parlantina fluida, l’incredibile capacità di calcolare a mente prezzi, tare e provvigioni facevano il resto!

A pochi metri dal grande edificio, all’imbocco del vicolo che porta alle scuole, abitava la Marie Gale, una delle lettrici più convinte e assidue della piazza, la quale si vantava di aver appreso il mestiere di materassaia a Firenze, durante la profuganza del 1917 e di aver frequentato la scuola fino alla quinta elementare, privilegio riservato a pochi nei primi decenni del Novecento! Piccoletta, minuta e aggraziata, capelli candidi raccolti a crocchia sulla nuca, si muoveva agile e leggera, gli eterni scarpetti di velluto nero ai piedi in ogni stagione, in una casa minuscola e trasandata, che a piano terra constava di due stanzucce, una cucinetta annerita dal fumo annoso di un focolare, comunicante con un’altra stanzuccia, una finestra e un solo tavolino al centro, che fungeva da laboratorio per la confezione di materassi e coltri imbottite per le spose di Moggio.

E proprio sul tavolo di questa stanzetta ogni domenica, dopo un pasto frugale, compariva l’ultima copia de La Vita Cattolica. Per quei fogli la Marie faceva volentieri qualche piccola rinuncia, la spesa per il giornale non era un superfluo, ma una tassa sulla conoscenza che lei pagava volentieri. Quella lettura era un rito atteso, calcolato, sistematico, una lettura critica e consapevole, una vera e propria “degustazione giornalistica”, si direbbe oggi! Si sedeva comoda davanti alla finestra per sfruttare fino all’ultimo la luce del giorno, inforcava gli occhiali e apriva la pagina dedicata alle cronache del mondo. Le sue dita sfioravano i titoli sulla ricostruzione a Berlino, sulla cortina di ferro, sulle nuove macchine che fabbricavano a Torino. Aveva visto due guerre mondiali inghiottire la sua giovinezza e i suoi cari. Ora che il mondo si stava faticosamente rimettendo in piedi, la Marie non voleva rimanere al buio. Quel settimanale da pochi spiccioli era il suo binocolo sulla storia, l’unico mezzo per capire dove stava andando, in quale terra avrebbero camminato i futuri moggesi! Era il legame tra il suo piccolo paese e i grandi sconvolgimenti del dopoguerra. E poi, come rinunciare ai fatti curiosi e divertenti, alle semplici e spesso vivaci e argute cronache locali, alle impareggiabili rubriche di Riedo Puppo che, attraverso il filtro dell’ironia piacevole e garbata ridicolizzava vizi pubblici e storture sociali, mandando in visibilio l’intero Friuli e non solo? Quanto si divertiva la Marie Gale e, per non dimenticare, ritagliava e conservava gelosamente gli scritti del grande friulano!

Altri quattro salti da bambina di 10 anni ed ecco l’ampia, signorile dimora dell’anziana siore Ide. Portamento ancora eretto ed elegante, spolverino nero, sciarpa di seta nera in testa, borsetta di raso nero al braccio per la Messa domenicale delle 9.00 in punto, la siore Ide poteva sembrare un personaggio d’altri tempi, ma non era affatto così. Lo sguardo vigile e acuto, l’amore per noi bambini e l’attenzione per i giovani, la rivelavano ben ancorata al presente, di cui apprezzava la vivacità, l’ansia del nuovo, la rapidità nei mutamenti di costume, di linguaggio, di stile di vita, e rivolta al futuro con lungimiranza! Era molto affezionata a La Vita Cattolica, che riteneva uno dei principali pilastri culturali e sociali del Friuli del secondo dopoguerra, guida morale e civica per le famiglie e il vasto mondo dei lavoratori. Per questo leggeva anzitutto l’Editoriale e apprezzava moltissimo le famose Lettere dell’Arcivescovo mons. Zaffonato, alla guida della Diocesi dal 1956, in un momento in cui il Friuli stava iniziando il suo lento decollo industriale ed economico. La entusiasmavano le parole roventi e illuminate del Prelato che si opponevano alla secolarizzazione dei costumi e difendevano la centralità della famiglia cristiana, la moralità pubblica e l’educazione cattolica. Diceva che la sua pastorale, infiammata e carismatica, era intrisa di attenzioni per i fanciulli, per la famiglia, per l’Azione Cattolica. Si sapeva che era sempre vicino ai sacerdoti che prediligeva ed aiutava anche in modo concreto e che si adoperava per dare impulso allo sviluppo e alla diffusione del settimanale diocesano. Tutto questo lo rendeva eccelso ai suoi occhi di cattolica dal filo diretto con l’Altissimo! Tutto questo mi diceva con grande enfasi la siore Ide, mentre io l’ascoltavo rapita. Praticava una devozione così energica che persino i santi, considerati quasi potenti vicini di casa, sembravano venirle volentieri incontro dall’alto dalle loro nicchie!

Siore Ide aveva un austero e impeccabile fratello sacerdote, che esercitava il proprio ministero in un paese della Bassa Friulana e un nipote simpatico e intelligente che si preparava a calcare le orme dello zio. Avere due sacerdoti nella stessa famiglia non era un vanto da poco per la siore Ide, che si sentiva più attratta dalle cose del cielo che da quelle della terra, e si abbandonava per molte ore al giorno alla preghiera e alla meditazione. Senza contare che avere un fratello o un nipote sacerdote significava anche poter credere di avere un pezzetto di cielo assicurato, o sperare in un occhio di riguardo da parte del buon Dio su tutta la famiglia fortunata…

Tuttavia, bisogna dire che, accanto alla lettura dell’autorevole parola dell’Arcivescovo, la siore Ide nutriva una viva passione per le cronache locali dei singoli paesi, cui il giornale dava ampio spazio: sagre, processioni, restauri di chiese, eventi parrocchiali… E chi sapeva resistere nei lontani anni ’50 alle variopinte, vibranti, coinvolgenti sagre paesane? Dopo gli anni bui e i silenzi della guerra, la sagra di paese non era soltanto una festa, era il segno tangibile che si era tornati a vivere. Per essere felici bastava stare a tavola insieme, musiche e voci che riempivano l’aria, balli popolari e risate condivise, desiderio di svago e leggerezza tipico del dopoguerra! Questo trasmetteva con forza e calore La Vita Cattolica alla siore Ide, una gioia che non si comperava, ma che nasceva dal miracolo di essere ancora vivi a guardare al domani! Per non parlare degli eventi parrocchiali, che coinvolgevano nelle più svariate, travolgenti manifestazioni intere comunità. Processioni serali affollatissime in onore della Madonna con candele accese e miriadi di fiori campestri variopinti e profumati; commoventi e vivaci recite di Natale, che la portavano ai lontani, spensierati tempi dell’infanzia e della giovinezza; creative e stimolanti scuole di cucito e di ricamo per ragazze e future spose, che anche lei aveva frequentato con segreta trepidazione, in attesa di coronare il sogno più bello della sua vita! Ricordi appassionati, che le addolcivano il cuore e le strappavano qualche lacrima!

Al sommo della piramide le feste in onore dei Santi Patroni, che vedevano riuniti per la celebrazione della Messa solenne schiere di Sacerdoti in grande apparato, quadrati con pennacchi rossi o neri in testa, cotte e stole artisticamente ricamate, liturgia dei Santi, canti armoniosi in latino, solenni e trionfali musiche d’organo, capaci di commuovere profondamente la comunità, omelie elevate e coinvolgenti! Tutto questo trasmetteva con linguaggio fortemente evocativo La Vita Cattolica ed anche per questo nelle persone di fede e di tradizioni cristiane, come la siore Ide, il settimanale era considerato una voce autorevole del clero, che generava piena fiducia verso l’istituzione ecclesiastica.

A pochi metri di distanza, ad aspettare con impazienza La Vita Cattolica la domenica mattina, bello dritto sulla porta, c’era Armando, 60 passati, barba ispida, ossuto e pallido, portava i segni indelebili del reduce dalle trincee della grande guerra. Gli occhi tristi di chi aveva attraversato tutto il male del mondo, indurito e schivo, era diventato l’uomo tuttofare in una piccola comunità inclusiva ed accogliente, in cui ognuno si sentiva valorizzato e incoraggiato come a casa propria. La guerra lo aveva scjassat, scombussolato, gli aveva aperto gli occhi sul mondo, attraverso la conoscenza diretta di luoghi sconosciuti, di commilitoni provenienti da ogni dove, ragazzi conosciuti attraverso i loro volti e i loro discorsi, perché la guerra è persone, è carne che va a brandelli. Ora era un uomo mite, masticato dalla vita, un figlio della “vittoria mutilata”, reduce mutilato dalle privazioni economiche, dall’inflazione, dalle aspettative disattese!

Ed ora, anche attraverso la lettura de La Vita Cattolica, Armando cercava quanto potesse mantenerlo legato al resto del mondo. Leggeva tutto, lo interessava tutto, perché il settimanale collegava due mondi distanti secoli, quello minuscolo e nascosto fra i monti in cui era nato e quello che iniziava oltre il ponte sul Fella, un mondo inquieto e in continua evoluzione. Bondì, Armando, La Vita Cattolica. Mandi, frute, grazie!

E, senza por tempo in mezzo, sprofondava nella lettura con l’ansia e la curiosità di chi oscillava tra la rigidità del passato e i primi segnali del boom economico, della modernizzazione, dei consumi di massa. La rivista era per lui l’unico finestrino sul mondo, un mezzo approvato e rassicurante, che cominciava a dover fare i conti con la vita attuale! Le sue dita nodose, abituate ai ritmi lenti della terra, scorrevano i titoli con un’esitazione febbrile. C’era una fame inquieta nei suoi occhi stanchi, mentre cercava le crepe da cui trapelava il mondo profano con le prime lavatrici, le automobili per tutti, le bombe atomiche, i cinema che aprivano dappertutto, i giovani che ballavano musica americana…Ogni notizia era una scossa, la paura che le tradizioni stessero svanendo, i costumi che cambiavano, la fine della civiltà contadina, l’incertezza e la paura del domani e, tuttavia, il desiderio di non essere escluso dalla storia. E allora l’Armando, molto saggiamente, cercava evasione e vero senso della vita nelle riflessioni o nelle proverbiali poesie di Pre Zaneto, il grande sacerdote-poeta, all’apparenza umile e dimesso, in realtà tenace e coraggioso, che aveva saputo trasmettere il Vangelo e i suoi insegnamenti attraverso squarci di vita vissuta e osato sfidare con l’ironia la rigida censura del suo tempo. Era piacevole e rigenerante immaginare pre Zaneto sempre sorridente, la penna in mano, annotare in versi ricordi di giovinezza trascorsa a Malisana. Protagonisti erano i suoi stessi parrocchiani, con le loro debolezze e caratteristiche popolari, descritti con umorismo e acume critico, sempre nel friulano schietto e ruvido che gli era proprio. Armando amava Pre Zaneto, perché sapeva che si era battuto per dare diritto e dignità ai più deboli e indifesi della società.

Ancora una corsetta ed eccoci davanti all’alta, composta casa d’angolo della siore Luzie, scale ripide e consunte di legno di pino sempre chiaro e luminoso per i frequenti, estenuanti lavaggi a suon di spazzola, varechina e…olio di gomito delle donne di casa. Siore Luzie, paralizzata e comodamente seduta su un’alto, comodo seggiolone, alla luce di una piccola finestra, immacolata tendina di pizzo dell’epoca, avrebbe letto per l’intero pomeriggio e il resto della settimana La Vita Cattolica, compagna fedele della sua solitudine, specchio autorevole e amatissimo dei tempi ancora crudi e incerti, ma vitali e carichi di aspettative del dopoguerra. Ogni tanto l’occhio grigioazzurro e acquoso della siore Luzie scivolava sulla piazzetta antistante, dalla quale provenivano le grida allegre di frotte di bambini chiassosi, che giocavano vispi e scattanti, menti attive e vivaci non ancora impigrite e ottenebrate dagli odierni socialmedia!! Quando gli occhi stanchi, la lunga concentrazione e la forzata immobilità avevano il sopravvento, arrivava giusto, giusto dalla scuola, allegro e composto, con la corriera del pomeriggio, il nipote Berto, studente del Malignani, al quale chiedeva di giocare un po’ con lei a tre sette e di leggerle le cronache del settimanale, che ascoltava con grande attenzione e a occhi chiusi.

Berto era un caro ragazzo serio e studioso, capo scout e socio dell’Azione Cattolica, la quale orientava i giovani ai valori cristiani, alla responsabilità civile e professionale al servizio della comunità. Il rapporto fra Scoutismo e A.C. era strettissimo in quegli anni e l’appartenenza alle due realtà era attivamente promossa dalle gerarchie ecclesiastiche. L’impegno sociale era fortemente diviso fra il mondo cattolico (parrocchia, A.C., Scoutismo) e i partiti di massa, (specialmente Partito Comunista e Democrazia Cristiana). Berto leggeva tutto ciò che poteva aggiornarlo sulle attività dei circoli giovanili, delle parrocchie, dei convegni, trovava spunti per riflettere sulla propria vocazione all’impegno sociale e alla responsabilità professionale. La rivista, con i suoi interventi, si poneva come guida formativa, capace di intercettare il bisogno di senso e di impegno etico tipico della gioventù del dopoguerra. Alla nonna piacevano le cronache paesane, le molteplici iniziative delle parrocchie e la freschezza con cui venivano descritte. Andava in visibilio per le brevi battute ironiche e taglienti su costume, politica e società, esposte con grande equilibrio fra arguzia, spirito di osservazione e sintesi, di Riedo Puppo, firma di punta della satira del giornale, fulminante elzevirista che tutti abbiamo tanto amato, perché in lui riconoscevamo noi stessi, la nostra gente, il nostro tempo. L’osservanza della tradizione e la corale partecipazione alla vita comunitaria facevano da collante fra generazioni e singoli. Berto leggeva e leggeva, mentre l la nonna ascoltava, occhi chiusi ed espressione beata, ricordi che tornavano e tornavano, lampi di memoria come squarci nell’azzurro!

Nel 1953 le Suore di San Paolo di Udine organizzarono a Moggio, sotto la Loggia del Municipio, una grande “Mostra del libro cattolico”, allo scopo di avvicinare i fedeli alla lettura e alla comprensione dei Vangeli e di promuovere letture sane, considerato unico, vero antidoto morale contro la diffusione di riviste materialistiche e contrarie alla cultura cristiana. La Vita Cattolica era la prima e più autorevole rivista della Diocesi fortemente impegnata in tal senso. L’evento espositivo non solo raggiunse gli obiettivi auspicati, ma diede un forte impulso anche alla diffusione della rivista, sempre più eclettica, innovativa, aperta e dialogica e che, dal lontano 1953, ha continuato sicura, puntuale, in continua evoluzione, il suo fortunato cammino, superando i momenti più cruciali del secondo Novecento.

Arrivati al traguardo del suo centenario, possiamo dire che La Vita Cattolica è stata la custode della memoria e la bussola di speranza per il Friuli. Ha saputo offrire un esempio di giornalismo di prossimità capace di unire le radici profonde del territorio con le sfide del futuro. Lo slogan scelto per l’anniversario “Cento anni con te” esprime molto bene la grandezza della rivista, che non si è limitata a riportare i fatti, ma è stata una presenza viva e sempre a fianco della propria gente.

Claudia Zambelli
Moggio Udinese

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