Una serata di preghiera, raccoglimento e intensa spiritualità ha accompagnato, sabato 31 ottobre, la comunità di Imponzo e i fedeli giunti da diverse località della Carnia (e non solo) nella tradizionale Veglia di Ognissanti, celebrata nella chiesa del paese alla vigilia della solennità di Tutti i Santi. Un appuntamento che si rinnova da oltre vent’anni e che riporta al centro dell’attenzione il significato autentico della vigilia di Ognissanti: la riscoperta della santità, la preghiera e la speranza nella vita eterna.
La serata si è aperta con un ricordo del martire don Giuseppe Treppo, sacerdote originario di Imponzo, ucciso il 9 ottobre 1944 e insignito nel 2005 della Medaglia d’oro al merito civile. La sua testimonianza ha introdotto il significato profondo dell’incontro: ritrovarsi proprio nella chiesa che custodisce la memoria di un sacerdote che ha vissuto il Vangelo fino al dono della propria vita significa lasciarsi interrogare dalla forza della fede e dalla testimonianza di chi è rimasto fedele alla propria missione anche nelle circostanze più drammatiche.
Dopo l’adorazione eucaristica e il Santo Rosario, il parroco mons. Giordano Cracina ha presieduto la celebrazione eucaristica, introducendo i presenti alla bellezza e al significato delle due ricorrenze liturgiche: Tutti i Santi e la commemorazione di tutti i fedeli defunti.

La comunione dei santi: una cerniera tra terra e cielo
Nell’omelia, mons. Cracina ha proposto un’immagine semplice ed efficace per spiegare il legame tra le due ricorrenze: quella della cerniera lampo di un maglione o di un giubbotto, capace di avvicinare e unire due lembi. «È come se la Chiesa volesse congiungere la vita terrena con quella eterna», ha osservato il parroco, invitando a riscoprire la comunione dei santi e il legame profondo che unisce quanti vivono sulla terra, coloro che sono nella purificazione e quanti già contemplano il volto di Dio.

Richiamando le letture della solennità, mons. Cracina ha posto l’accento sull’identità più profonda dell’uomo: «Siamo figli di Dio, e lo siamo realmente!». Un’affermazione che, in un tempo segnato da confusione e smarrimento, diventa un invito a riscoprire la propria appartenenza a Dio e la meta verso cui è orientata l’esistenza umana.
Ma quale strada conduce a questo incontro? La risposta è nelle Beatitudini, che Gesù non soltanto ha proclamato, ma ha vissuto per primo, indicando ai suoi discepoli un cammino di povertà spirituale, mitezza, misericordia, purezza di cuore, ricerca della giustizia e costruzione della pace. Particolare riferimento è stato riservato ai perseguitati per la giustizia, ricordando i tanti martiri che hanno donato la vita per la fedeltà al Vangelo. Tra questi, anche don Giuseppe Treppo, la cui testimonianza si inserisce idealmente nel messaggio della celebrazione.

La morte come Pasqua, passaggio verso il Padre
L’omelia si è poi soffermata sulla visione dell’Apocalisse, un’immagine del Paradiso come esperienza di comunione, lode e gioia, che invita a guardare oltre i segni esteriori con cui manifestiamo il nostro affetto ai defunti.
Quando visitiamo i cimiteri e sostiamo davanti alle tombe dei nostri cari, ha sottolineato mons. Cracina, il pensiero non dovrebbe fermarsi ai fiori e ai lumini, ma elevarsi verso quella vita eterna che la fede cristiana ci annuncia e che rappresenta anche la meta del nostro cammino. Il sacerdote ha ricordato che la vita di ciascuno attraversa prove, sofferenze e tribolazioni, ma che la speranza cristiana trova il proprio fondamento nel «sangue dell’Agnello», attraverso il quale i redenti sono purificati e introdotti nella comunione con Dio.
La commemorazione dei defunti, dunque, non è soltanto un momento di memoria e di affetto verso chi ci ha lasciato, ma diventa anche una vera pedagogia della vita: pregare per i propri cari significa lasciarsi interpellare sul senso della propria esistenza e prepararsi all’incontro definitivo con il Signore.
Bruno Temil















