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Giornata Missionaria. Padre di Sopra: «Con la gente, nel bene e nel male»

«Vivere per una trentina d’anni in Sierra Leone è stata per me una grande grazia, abbiamo vissuto tante esperienze molto belle anche se spesso in contesti difficili». È questo – davanti a ogni altro – il primo pensiero che padre Carlo Di Sopra (nella foto), ci offre quando gli chiediamo che cosa voglia dire essere missionari dentro scenari complessi, anche di guerra. Saveriano – classe 1954, originario di Stalis, frazione di Rigolato –, padre Di Sopra è stato missionario prima in Spagna, per otto anni, e poi, appunto in Sierra Leone. Rientrato in Italia, da poche settimane guida le otto parrocchie del Rojale.
Padre Carlo, lei è arrivato in Sierra Leone proprio nel momento in cui di lì a poco sarebbe scoppiata la guerra civile.
«Sì, ero andato lì con i miei confratelli perché c’erano numerose tribù, si parlavano tante lingue diverse. Una volta arrivati, però, è iniziata la guerra civile, abbiamo quindi vissuto in mezzo a fucili, mitragliatrici e violenza, ma per il Vangelo anche tutto questo può diventare un’occasione».
È difficile da immaginare per noi, da questa parte del mondo…
«Eppure abbiamo sperimentato qualcosa di unico, perché quando poi la guerra è finita abbiamo capito come si fosse creato un legame molto forte tra noi e la gente, con tutti, non solo con i cristiani».
Un legame dato dall’aver vissuto con loro anche i momenti più terribili?
«Annunciare il Vangelo non è solo questione di parole, è soprattutto vivere in mezzo alle persone, farsi prossimi agli altri anche in queste situazioni, nel bene e nel male. Un mio confratello venne colpito da un proiettile, per fortuna si salvò, ricordo però quanto quel fatto colpì la popolazione: dicevano che il nostro sangue si era mescolato al loro, il che ci legò ancora di più. Ci fu poi un’occasione in cui fummo costretti a rifugiarci in un bosco, la gente nonostante il pericolo, ci portava cibo, si preoccupava per noi. Questo per dire che siamo soliti pensare che la relazione sia a senso unico, che sono solo i missionari a “portare” a “dare”. Non è vero, si riceve anche moltissimo, è un rapporto di reciprocità. È stata una bella esperienza di vita evangelica».
Dentro questa reciprocità, la missione diventa anche strumento di dialogo, di pace?
«Certamente, e il dialogo riguarda tutti, anche le popolazioni di fede musulmana. Ricordo che avevano sequestrato dei bambini per farli diventare “bambini soldato”, si lavorò insieme, le differenze erano svanite, avevamo un obiettivo comune, di pace. La sofferenza era uguale per tutti, quindi di conseguenza anche le azioni sono state comuni: le preghiere, i tentativi di dialogo con i ribelli, è stato un impegno corale. Il Vangelo ci rende più umani, ogni religione, se vissuta bene, rende le persone più umane».
Da poche settimane lei guida otto parrocchie qui in Friuli, un contesto diverso, ma la missionarietà è la stessa?
«Oggi la missione è un po’ dappertutto, in passato si pensava alla “cristianità” da una parte e ai Paesi di missione dall’altra. Non è più così, siamo infatti alle prese con un forte allontanamento dalla Chiesa e devo dire che è qualcosa che mi stimola molto. Il Papa insiste parecchio su un punto: essere cristiani oggi vuol dire scoprire la nostra umanità, mantenere la nostra umanità. Gesù si è incarnato, si è fatto uomo, si è fatto uno di noi e poi ci ha insegnato anche la strada, ovvero essere un dono per gli altri. Tra di noi c’è tanta solitudine, c’è tanto disorientamento. Un ragazzo, in Francia, ha fatto presente al Papa che Dio è stato da noi un po’ abbandonato. Leone XIV ha detto che sì, essere estranei alla questione di Dio è un problema, ma che lo è altrettanto essere estranei alla questione dell’uomo. I poveri, infatti, sono abbandonati, viviamo in maniera egoistica sprecando, scartiamo l’innocente e il malato, diamo valore solo a chi produce. Ecco, penso che oggi il nostro lavoro, anche qui a Reana, debba andare in questa direzione, mettendo in risalto il fatto che, incarnandosi, Gesù ci ha mostrato la nostra umanità, ci ha insegnato ad apprezzarla. Credo allora che in quest’epoca in cui tanto peso ha e avrà l’intelligenza artificiale tra i nostri

Anna Piuzzi

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