L'editoriale

Il sismografo del cuore

È una settimana intensa quella che stiamo vivendo per celebrare il terremoto di cinquant’anni fa. Giornate cariche di momenti simbolici che stanno abbracciando non solo il Friuli ma l’intero Paese: dal suggello istituzionale con la visita del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della Premier Giorgia Meloni, fino alle note del grande concerto di Andrea Bocelli di domani sera. Inoltre, sotto ogni campanile, in ogni piazza dei paesi terremotati, si sono moltiplicate le manifestazioni locali per far risuonare ancora oggi che «il Friuli ringrazia e non dimentica».

Per noi cristiani, però, il momento più alto è stato la Messa celebrata domenica a Gemona, in suffragio delle vittime e in ringraziamento per la ricostruzione, cuore di questo ricco calendario. L’immagine evocata dall’arcivescovo Riccardo – “siamo qui in una cattedrale con il cielo come tetto” – ha parlato profondamente a tutti: ha riportato alla memoria chi allora pregava sotto le tende o tra le macerie, ricordando che eravamo (e siamo) sotto lo sguardo di Dio Padre, anche quando il cielo sembrava l’unico riparo rimasto.

Non è stata solo una ricorrenza: è stata una vera “liturgia di popolo”. Cinquemila persone si sono riunite nella piazza della caserma Goi-Pantanali – luogo dove il 6 maggio 1976 il tempo si fermò tragicamente per ventinove alpini – non per un rito solo commemorativo, ma per una consegna. Il cardinale Zuppi e il messaggio di Papa Leone XIV ci hanno regalato parole cariche di gratitudine, definendo la ricostruzione una “lezione di umanità” e un “modello di rinascita”, figlia di un popolo che scelse di lavorare unito, “senza opportunismi e polarizzazioni”. Lo scorcio più luminoso di quella giornata, però, è stato un altro: vedere che la memoria non è qualcosa di fermo, ma un testimone che continua a passare di mano. Nei volti di chi c’era allora e in quelli di chi raccoglie oggi quell’eredità: nelle famiglie, nelle istituzioni civili e militari, nelle comunità cristiane con i loro sacerdoti. Ma soprattutto nei tantissimi giovani e bambini, quei fruts nominati da mons. Zuppi, in cui «c’era voglia di futuro» e ricordando che i piccoli sono i veri “frutti” vivi di questa terra.

È questa la fiaccola da custodire: la fraternità come vera infrastruttura della storia. Un Friuli che non si limita a celebrare se stesso in modo autoreferenziale, ma che può indicare una strada: ricostruire sempre, a condizione di farlo insieme. Qui torna l’immagine più bella, quella del sismografo cara a Paolo VI e rilanciata da Zuppi: «Il nostro cuore è come un sismografo, nel quale si ripercuotono tutte le vibrazioni dell’umana passione».

La speranza è che queste giornate non restino solo un’ondata emotiva destinata presto a spegnersi, ma diventino una bussola per il futuro. Perché “ricostruire” non è solo memoria: è un verbo da vivere ogni giorno al presente, con dignità e umiltà, cercando di restare uniti – proprio come cinquant’anni fa.

Don Daniele Antonello

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