Magnifica humanitas

Intelligenza artificiale, la domanda è: quale uso scegliamo di farne?

Che cos’è l’intelligenza artificiale? Oggigiorno ne sentiamo parlare sempre più spesso, ma non tutti conoscono il funzionamento di questi modelli e il motivo della loro popolarità.

Uno degli scopi dell’intelligenza artificiale è quello di fornire ad un computer la capacità di riprodurre alcune delle abilità cognitive umane, quali parlare, scrivere o persino scherzare come facciamo noi.

Per capire il funzionamento dei modelli di intelligenza artificiale possiamo introdurre il seguente esempio. Se diciamo “Rosso di sera…”, chiunque di noi completerà la frase con “bel tempo si spera”. Perché? Perché l’ha sentita tante volte e l’ha memorizzata. L’IA funziona in modo simile: impara a prevedere la parola successiva grazie a miliardi di esempi. Nel caso di ChatGPT, i ricercatori hanno preso miliardi di frasi estratte dal web e hanno “nascosto” una parte del testo. Alla macchina veniva chiesto di indovinare la parola mancante. All’inizio il modello AI sbagliava quasi sempre, ma con milioni di tentativi ha imparato a scegliere la parola più probabile. E già qui emerge una differenza sostanziale: noi attribuiamo un significato alle parole, mentre la macchina elabora relazioni statistiche tra le frasi in gioco, riducendo pezzi di testo a vettori numerici.

Il primo modello di chatGPT è stato addestrato su circa 375 miliardi di parole: un essere umano impiegherebbe circa 600 anni per leggerle tutte. I modelli attuali sono decine di volte più grandi, allenati su un quantitativo di informazioni che noi non riusciremmo nemmeno a concepire.

È proprio questo il primo punto richiamato dall’enciclica: non dobbiamo cadere nella tentazione di equiparare l’intelligenza umana con quella artificiale. Oggi affidiamo sempre più spesso a sistemi come ChatGPT decisioni quotidiane, dalla scelta di un itinerario di viaggio a un consiglio su come studiare, dallo scrivere testi alla ricerca di informazioni. Tuttavia, la capacità di generare risposte non coincide con la coscienza, con la comprensione della realtà o con la libertà, caratteristiche proprie della persona umana. L’intelligenza artificiale non prova emozioni o sentimenti, non possiede alcun tipo di responsabilità morale e non è consapevole del significato delle proprie affermazioni.

Detto questo, si può intuire per quale motivo Papa Leone XIV, nell’enciclica, ha invitato a riflettere sulla persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale e sulle ricadute sociali ed economiche di questa nuova rivoluzione tecnologica. Infatti, l’addestramento dei modelli richiede enormi quantità di dati, infrastrutture informatiche sempre più potenti e un elevato consumo di energia. Inoltre, l’impiego dell’IA nel lavoro, nella scuola, nella giustizia o nei servizi pubblici rischia di amplificare disuguaglianze già esistenti se gli algoritmi vengono utilizzati senza trasparenza e senza un’effettiva assunzione di responsabilità da parte di chi li progetta e li adotta. Per questo motivo è indispensabile una regolamentazione chiara dell’intelligenza artificiale, che da un lato favorisca l’innovazione, ma dall’altro tuteli la dignità della persona e il bene comune della società.

L’enciclica, però, non propone una visione pessimistica della tecnologia. Al contrario, invita a orientarla verso finalità autenticamente umane. L’intelligenza artificiale può diventare uno strumento prezioso quando è posta al servizio della cura, della ricerca scientifica e della solidarietà. Basti pensare ad AlphaFold, il sistema sviluppato da DeepMind che ha rivoluzionato lo studio della struttura delle proteine. Questo strumento viene oggi efficacemente usato dai ricercatori per comprendere malattie complesse, come il cancro o l’Alzheimer, e studiare nuovi farmaci. Ci sono nuove realtà come Axiom che hanno realizzato sistemi in grado di dimostrare intricati teoremi matematici. Nel quotidiano l’intelligenza artificiale semplifica il lavoro: sintetizza articoli scientifici, traduce una conversazione da una lingua ad un’altra istantaneamente, è utilissima in medicina, nel marketing e nella comunicazione.

Il cambiamento tecnologico che stiamo vivendo è anche, e soprattutto, culturale ed etico. La domanda decisiva non è se l’intelligenza artificiale diventerà sempre più potente, bensì quale uso sceglieremo di farne. La responsabilità non appartiene alle macchine, ma a ciascuno di noi: ai ricercatori che le sviluppano, ai governi che le regolano, alle aziende che le distribuiscono e agli utenti che ogni giorno decidono come utilizzarle. Solo mantenendo al centro la persona umana, come ricorda il Pontefice, l’innovazione potrà diventare un autentico strumento di progresso e non un fattore di esclusione o di disumanizzazione.

Giuseppe Serra, Direttore del Laboratorio di Intelligenza Artificiale, Università degli Studi di Udine

Jacopo Cossio, Dottorando del Laboratorio di Intelligenza Artificiale, Università degli Studi di Udine

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