Magnifica humanitas

La persona è unione di anima e corpo. Ce lo ricorda anche Aquileia

Quella della Intelligenza Artificiale (IA) è definita dal filosofo Luciano Floridi come la quarta e ultima delle rivoluzioni antropologiche che hanno messo in crisi la pretesa umana di essere il culmine dell’universo creato.

  • Atto I: la rivoluzione copernicana rimuove il Signore del cosmo dal centro di tutte le cose per collocarlo in una remota periferia dell’universo.
  • Atto II: la teoria dell’evoluzione formulata da Charles Darwin riduce la pretesa umana di differenziarsi da tutti i viventi, rivelando la parentela più stretta con le scimmie che con gli angeli.
  • Atto III: la psicanalisi freudiana mette a nudo i limiti della razionalità come nota caratterizzante della specie Homo sapiens, essendo l’inconscio la nota dominante della sua esperienza più profonda.
  • Atto IV: l’avvento della IA rivela che anche il linguaggio e il ragionamento non appartengono in esclusiva all’animale razionale capace di dialogo.

Che ne rimane di quel “di più” di essere che da sempre ci siamo attribuiti rispetto a tutti i viventi e del valore che con tale eminente posizione pretendevamo ci venisse riconosciuta, riservata e assicurata? Ciò che miseramente rimane dinanzi ai nostri occhi è un essere indigente, bisognoso, limitato, fragile ed esposto che ha perso fascino, bellezza e orgoglio… Come si vede la posta in gioco non è di scarso spessore e mette in scacco questioni antropologiche e teologiche di capitale importanza. Papa Leone XIV raccoglie la sfida e in Magnifica humanitas, nn. 118-130 ci invita non a fuggire il limite creaturale, perché proprio in esso – e non suo malgrado – si rivela la nostra dignità autentica e aperta all’infinito di Dio. E tale limite prima di tutto si incarna nella concretezza della nostra corporeità, luogo in cui la salvezza si rivela e si realizza per noi.

Il nodo di Salomone ad Aquileia

Lo avevano inteso molto bene i cristiani di Aquileia quando affermavano quanto fosse rilevante l’esperienza corporea integrale per l’essere umano, in relazione all’annuncio del kerigma pasquale, che contiene un accento particolarmente forte sul corpo e la carne umana, assunta e redenta dal Verbo e destinata alla risurrezione finale. Infatti, Rufino di Concordia riporta la versione particolare del Credo di Aquileia, recitando il quale i credenti si portavano la mano alla fronte e tracciando il segno della croce professavano la fede nella risurrezione di questa carne (huius carnis). In tal modo sottolineavano l’unità del soggetto umano, la cui salvezza integrale non può riguardare solo una parte della sua identità – fosse anche la più nobile e spirituale: l’anima –, ma deve coinvolgere anche tutta l’esperienza concreta.

Il corpo non può essere considerato semplicemente un supporto limitato perché mortale e auspicabilmente interscambiabile con altre unità di memoria su cui fissare il contenuto informazionale della mente, sostituendo il silicio al carbonio. Secondo la visione cattolica, l’essere umano è uno e molteplice nell’anima e nel corpo (cf. Gaudium et Spes, n. 14), tanto che la sua identità non può prescindere dalla corporeità vivente. Essa non è semplice strumento passivo di un centro spirituale direttivo, pensante e indipendente, poiché l’esperienza propriamente umana non è completamente computabile o riducibile a mera informazione.

Si comprende così l’invito di papa Leone a non fuggire, ma ad abitare il limite umano, in quanto non è una condizione difettosa da correggere, patologica da riparare con artefatti bio-tecnologici o peccaminosa da combattere con armi spiritualiste, ma il luogo dove l’umano fiorisce, matura, si apre alle relazioni e dove ultimamente si incontra con il Figlio dell’Uomo, che ha condiviso questo limite con noi e ci dona la possibilità andare oltre grazie al dono che suo Padre offre a Lui e a noi, suoi fratelli e sorelle. Non a caso la teologia orientale parla senza timori di una deificazione (theosis) dell’essere umano in Cristo come esito dell’esperienza della fede, sottolineando che l’oltre-umano non è il frutto di un’impossibile scalata prometeica al cielo favorita dalla più sofisticata tecnologia, ma la grazia che Dio-Misericordia fa scendere sull’umanità perché tutti partecipino della sua stessa vita sovrabbondante e infinita.

Don Giovanni Del Missier, docente di teologia morale

Articoli correlati