Monsignor Riccardo Lamba, con la lucidità e lungimiranza che lo contraddistinguono, in un recente incontro sul tema della denatalità, tenutosi a Udine, ha suggerito di operare per realizzare una società “armonica” nel contesto della complessità del presente.
Si tratta di mettere assieme ed integrare parti differenti della società, pensiamo alle famiglie unicellulari, agli anziani e ai giovani, in una dimensione di reciprocità e condivisione.
Questa tensione è fondamentale in contesti come quello regionale e friulano attraversati, come ha riportato la stessa Vita Cattolica, dalla regressione demografica, con i nuovi nati sotto la soglia dei 6.900 (erano 7.428 nel 2020) e senza le classi d’età che “fanno società” (19 – 39 anni).
È decisivo quello che si prospetta al 2030 e al 2050. Un’ulteriore riduzione della popolazione a 1.187.000 abitanti nel 2030 (1.134.000 nel 2050), la drastica riduzione delle classi d’età dai 6 ai 19 anni che al 2030 diminuiranno di altre 20.000 unità, la crescita al 34% della platea delle persone + 65 anni (oggi al 27,5%) con i neet costituiti da 45.000 giovani tra i 15 e 34 anni. Approfondendo le dinamiche, si verificherà un aumento progressivo dell’età media che arriverà prima ai 49 anni (2030) e poi 51 anni (2050) mentre si assisterà ad una frantumazione della struttura famigliare come l’abbiamo conosciuta: infatti, le famiglie unipersonali al 2050 potrebbero arrivare al 57% (oggi sono al 47%) tra famiglie unipersonali e famiglie monogenitoriali (60.000) in prevalenza madri sole (80%). L’aspettativa di vita crescerà (2050) passando dagli attuali 81,9 anni a 87 anni per gli uomini e a 90,7 per le donne.
Sono alcuni tratti sintetici della “società longeva” caratterizzata da un’elevata aspettativa di vita con anziani progressivamente sempre più numerosi.
Questa composizione della società renderà arduo mantenere in equilibrio la struttura regionale del lavoro e dell’occupazione. Le stesse famiglie saranno ulteriormente coinvolte nelle dinamiche solidaristiche e di cura e, accanto all’educazione dei (pochi) figli, dovranno assistere ed «accompagnare» la componente anziana che vive di più ed è organizzata in famiglie unicellulari.
Appare del tutto evidente l’urgenza di ripensare l’articolazione e le modalità di fornitura dei servizi e la relativa organizzazione dei sistemi in una dimensione ecosistemica. Nel “territorio della longevità” viene richiesta la profonda ri-organizzazione dei modelli nei 5 principali sistemi: lavoro e produzione, dove si assiste alle “complessità” determinate dalla convivenza di una molteplicità di etnie e generazioni diverse, dal mismatch verticale e orizzontale tra domanda e offerta di lavoro; formazione, dove viene richiesto di ripensare le forme tradizionali di erogazione dei moduli formativi per riportare una quota dei neet all’interno di processi sociali e produttivi, riconvertire le competenze ed i saperi di una vasta platea di lavoratori, far imparare la lingua e una professione alle persone straniere; sanità e assistenza, in cui è fondamentale gestire gli impatti di una società in profonda evoluzione e vecchia, attivare forme pervasive di prevenzione e cura, gestire cronicità tra cui il “decadimento cognitivo”; educazione e scuola, dove c’è da riprogettare rapidamente strutture, modelli organizzativi e platea di insegnanti considerata la bassa natalità; mobilità e trasporti, ambito in progressiva trasformazione sotto la spinta del cambiamento delle quantità di persone trasportate nelle «ore di punta» e di «morbida», dell’aumento dei giovani che non vogliono utilizzare l’auto, della crescita delle persone sprovviste di patente e prive di reti famigliari di sostegno alla mobilità.
Dunque “Società longeva” come trasformazione strutturale irreversibile che riscrive equilibri economici, sociali e territoriali e, proprio per queste ragioni, non va considerata la come una crisi, ma come un passaggio storico che può diventare un’occasione di riprogettazione collettiva.
La domanda non è se diventeremo una società più anziana, ma: “che tipo di società anziana vogliamo costruire” e che “spazio di vita e creatività” vogliamo per i giovani Per questo serve l’adozione di un approccio strategico che favorisca la promozione di policy, progetti e micro-progetti nella dimensione urbana e territoriale, che preveda in primo luogo la governance partecipata e processi di innovazione sociale con Comuni, Comunità di Comuni, reti locali.
Il territorio deve diventare un “laboratorio per l’intergenerazionalità” capace di far leva sulle “alleanze” e di dotarsi di “reti sociali intergenerazionali” in grado di unire le generazioni nelle pratiche di scambio nella quotidianità e nel lavoro. In questo concetto di territorio si attiva il “generation return”. Si tratta di quel fenomeno per cui i giovani si rendono disponibili, in relazione alle altre generazioni, a capitalizzare idee, competenze, soluzioni di rigenerazione nei vari settori ed ambiti di attività; ad occuparsi di innovazione digitale, sostenibilità e imprese green; mentre le componenti anziane si rendono protagoniste dei processi di intergenerazionalità attraverso l’approccio.
Nella “società longeva” c’è bisogno del patto tra generazioni per generare un meccanismo di “ritorno circolare”, in termini di saperi, competenze e funzioni imprenditoriali, e lo sviluppo “armonico” delle nostre comunità.














