Magnifica humanitas

Regolamentare l’intelligenza artificiale senza frenare il futuro

«[…] servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito».

Questo invito di Papa Leone XIV ci dimostra, per l’ennesima volta, la profonda attualità di un’opera che guarda già al presente – ma, soprattutto, al futuro – del rapporto tra uomo e macchina artificiale. È attuale perché è universale, esattamente come lo sono negli ultimi anni i dibattiti in tutto il mondo sull’opportunità o meno di regolamentare l’intelligenza artificiale. Non si tratta di una scelta neutra. La bilancia oscilla costantemente tra pesi e contrappesi. Regolamentare può significare rallentare l’innovazione. Regolamentare può significare imprimere al progresso una direzione valoriale. Regolamentare può significare prevalere o soccombere nello scacchiere della competitività internazionale. E poi c’è il problema del ritmo.

«Questa esigenza è ancora più urgente perché esiste spesso uno squilibrio tra la velocità dello sviluppo tecnologico e il ritmo con cui maturano consapevolezza, norme, controlli e istituzioni capaci di governarne gli effetti».

Le parole del Pontefice permettono di richiamare un paradosso, ampiamente studiato e, in effetti, ineludibile. Regolamentare una tecnologia troppo presto può rendere le norme incapaci di governarne i risvolti futuri. Attendere che una tecnologia sia matura e radicata, può far perdere il potere e la capacità di regolarla. Quale via d’uscita dunque? Parafrasando Amleto, regolamentare o non regolamentare, questo è il dilemma. L’Unione europea lo ha fatto, quasi anticipando l’invito di Papa Leone XIV. Lo ha fatto nel 2024, approvando la prima legge del mondo che disciplina in modo generale e orizzontale i sistemi di intelligenza artificiale. L’Unione europea non è stata certo l’unica. I dati dell’Università di Stanford ci dicono che nel 2016 non risultavano leggi relative all’IA nei paesi del G20: da quell’anno al 2025 ne sono state approvate 96 (AI Index Report 2026). Eppure, spesso si inciampa ancora in uno slogan che, in tema di tecnologie, grida all’America che innova, alla Cina che replica, e all’Europa che si limita a regolamentare.

«Chiedere prudenze, verifiche rigorose, e talvolta anche un rallentamento nell’adozione dell’IA non significa essere contro il progresso, ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana».

La “piramide del rischio” che soggiace all’AI act (Foto: ISPI)

Con l’Artificial Intelligence Act (ai più noto solo come AI Act), l’Unione europea ha provato a costruire una traiettoria chiara, la propria, fondata sulla pietra dell’antropocentrismo. L’IA messa al servizio dell’uomo e con l’uomo al centro, e le regole che diventano strumento e tramite di applicazione di una serie di principi etici fondanti. Una legge che introduce divieti, obblighi e requisiti seguendo un approccio basato sul rischio e obbligando tutti gli attori della filiera.

«Perché l’IA rispetti la dignità umana e serva davvero per il bene comune, è essenziale che siano chiare le responsabilità in tutti i passaggi: da chi progetta e addestra i sistemi fino a chi li utilizza e a chi decide di affidare ad essi le scelte concrete».

Non esistono regole perfette. Solo il futuro, plasmato dall’applicazione concreta di questa normativa, potrà dirci quale lato della bilancia avrà infine prevalso. Per il momento la speranza e l’auspicio sono che questa legge sia in grado di disarmare l’intelligenza artificiale, nel senso profondo inteso da Papa Leone XIV:

«sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita».

Gabriele Franco, avvocato e dottorando di ricerca, Università di Udine

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