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“Sempre più difficile parlare col nemico”. La consulente politica Ue Irene Panozzo a Udine il 27 aprile ospite della Spes

In un momento come l’attuale, in cui «i parametri tradizionali» della diplomazia sono saltati, condurre trattative con paesi in conflitto è sempre più difficile. E le «leve economiche» sono sempre più importanti per avere una speranza di incidere nella trattativa. Ad affermarlo è l’analista e consulente politica Irene Panozzo. Nata a Gorizia, laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche, si occupa di vicende storiche e politiche africane e mediorientali da più di 25 anni. Ha lavorato come consigliera politica di diversi rappresentanti speciali Ue per il Corno d’Africa, in particolare in Sudan e Sud Sudan. Lunedì 27 aprile, nel palazzo Garzolini-Di Toppo-Wasserman, a Udine, alle ore 18.15, ospite della Spes, la Scuola di politica ed etica sociale dell’Arcidiocesi di Udine, terrà una conferenza dal titolo “Guerra vs. pace. Come si parla col nemico?”.

Dottoressa Panozzo, cosa significa oggi “parlare con il nemico”? L’esperienza di osservatrice dell’Ue nei processi di pace che cosa le ha insegnato?

«L’insegnamento principale è che fondamentale è proprio continuare a parlarsi sempre, soprattutto se si hanno di fronte i rappresentanti di una parte contro cui si sta combattendo attivamente. Lo dico perché spesso nel dibattito pubblico o sui media ci sono delle semplificazioni che non fanno capire come l’attività diplomatica, il semplice dialogo, può essere complicatissima. Per questo, quando sentiamo dire che un negoziato tra due paesi in guerra si risolverà in pochi giorni, o addirittura poche ore, dobbiamo essere molto sospettosi. Quando c’è una guerra in corso, i negoziati richiedono tempo, grande sforzo e soprattutto la volontà politica, da parte di chi sta combattendo, di riconoscere la controparte come interlocutore legittimo – cosa non sempre così scontata – e di trovare dei compromessi».
Come si può far emergere la volontà di parlarsi tra parti che spesso non ne hanno nessuna intenzione?
«Questo è proprio il problema principale, poiché le situazioni in cui le parti non hanno il minimo interesse a trovare dei compromessi sono di gran lunga la maggioranza. In realtà non c’è una ricetta unica che funzioni per trovare la “chiave” capace di sbloccare la situazione. In alcuni casi è possibile che i paesi confinanti, o altri paesi esterni, abbiano un tale peso politico sulle parti in causa da riuscire quasi a costringerli a sedersi attorno ad un tavolo e a dialogare. La qual cosa, va detto, non significa poi arrivare ad una soluzione. Tuttavia, nell’attuale clima internazionale, dove molti dei parametri tradizionali sono saltati o stanno saltando, diventa sempre più difficile avere attori che abbiano la forza di imporre un negoziato».

Che fare in questi casi?

«Si devono cercare altre leve, molto spesso economiche. Infatti, le guerre creano vantaggi economici per i pochi che hanno il potere di deciderle, per cui è necessario intervenire proprio su quegli interessi economici. Sto pensando non solo alle guerre che occupano quotidianamente i nostri giornali, ma anche alle due che conosco più da vicino: in Sudan e in Sud Sudan».

A proposito del Sudan, che prospettive di ricomposizione vede a tre anni dall’inizio di quella guerra?

«In questo momento un processo di pace non esiste perché le due parti…».

L’intervista completa a Irene Panozzo sul numero de La Vita Cattolica di mercoledì 22 aprile.

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