Commento al Vangelo

Un cuore che si lascia amare, impara ad amare

Commento al Vangelo del 25 ottobre 2026,
XXX Domenica del Tempo ordinario (Anno A)
Mt 22, 34-40

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «”Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Parola del Signore.

A cura di don Davide Larcher

Domenica scorsa Gesù ci invitava a rendere a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. Questa domenica il Vangelo ci spiega che cosa dobbiamo rendere a Dio: l’amore.

«Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». Se l’amore è ciò che dobbiamo rendere a Dio, è perché lui, per primo, ce lo ha donato. Prima ancora che noi potessimo cercarlo, Dio ha scelto di venirci incontro, scegliendo la strada sorprendente della vicinanza: si è fatto bambino, è entrato nelle nostre vicende umane, belle e difficili, condividendo la nostra fragilità. In Gesù, Dio non è rimasto lontano a guardarci: si è fatto vicino, affidandosi persino alle nostre mani.

C’è una delicatezza straordinaria in questo modo di amarci. Il Signore ci fa capire che ciò che possiamo offrirgli gli sta a cuore; che la nostra risposta, anche piccola e imperfetta, per lui ha valore. Mi viene in mente quando da bambini volevamo fare un disegno da regalare a mamma e papà: ci voleva molta fantasia nei loro occhi per riconoscersi in quelle linee e quei colori improbabili, ma per loro era il più bel disegno del mondo, che non avrebbero scambiato nemmeno con l’opera di un autore famosissimo. È vero, non era perfetto, ma era fatto col cuore. In quel disegno c’era tutto l’amore di cui è capace un bambino e la sua mamma e il suo papà lo sapevano. Anche Dio lo sa.

C’è però il rischio di pensare che per dimostrare il nostro amore a Dio dobbiamo fare tante cose per lui. Ci affanniamo, ci impegniamo, e tutto questo può essere buono e necessario. Ma possiamo dimenticare l’essenziale: prima di chiederci che cosa fare per lui, Dio desidera che gli apriamo il cuore. Qui il Vangelo ci consegna una seconda verità, altrettanto decisiva: non possiamo separare l’amore per Dio dall’amore per i fratelli. È come se ci dicesse che l’amore rivolto a Dio deve necessariamente trovare una strada per raggiungere le persone che ci stanno accanto. L’amore per il prossimo non è un’aggiunta facoltativa alla fede. È il modo concreto in cui l’amore ricevuto da Dio prende forma nella nostra vita.

La prima lettura di questa domenica (Es 22,20-26) ci ricorda proprio l’attenzione di Dio per lo straniero, la vedova, l’orfano e il povero. Il Signore ascolta il grido di chi è fragile e chiede al suo popolo di non dimenticarlo. L’amore, dunque, non rimane un sentimento custodito dentro di noi: diventa attenzione, responsabilità, cura. Ci porta a domandarci non soltanto se amiamo Dio, ma anche chi, attraverso di noi, può sentirsi amato. Forse è proprio questo il segreto del comandamento di Gesù: non dobbiamo scegliere se amare Dio oppure amare gli uomini. Siamo chiamati ad amare Dio con tutto il cuore e a lasciarci trasformare da questo amore, perché sappia raggiungere anche i nostri fratelli.

Alla fine, il dono più bello che possiamo offrire al Signore non è una prestazione perfetta, ma un cuore che si lascia amare da lui e, proprio per questo, impara ad amare.
don Davide Larcher

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