«Non volevamo fare una commemorazione del terremoto, ma un racconto di cosa è successo dopo, di come il sisma è diventato un grimaldello che ha mosso non solamente l’edilizia, non solamente l’economia, ma anche le “acque” della cultura del teatro nella nostra regione». Così Paolo Patui, in occasione della prima proiezione per la stampa, mercoledì 7 ottobre al Visionario di Udine, ha definito il senso di “1976-2026. La forza dei legami”, il documentario da lui diretto e prodotto dall’Ente regionale teatrale, da un’idea del suo direttore Alberto Bevilacqua. Un’anteprima, quella di Udine, cui seguiranno numerose proiezioni in tutto il Friuli: martedì 20 ottobre al Cinema David di Tolmezzo, mercoledì 23 all’auditorium Alla Fratta di San Daniele, giovedì 24 al Teatro Verdi di Muggia, venerdì 25 all’auditorium comunale di Zoppola, venerdì 30 al Teatro Italia di Pontebba, giovedì 12 novembre nel Centro dei Magredi a San Quirino (sempre alle ore 20.45).
Scrittore, drammaturgo, Paolo Patui, come anche Bevilacqua, è egli stesso testimone di quella stagione che, a partire dagli anni ‘80, ha visto affermarsi in Friuli realtà produttive come il Css-Centro servizi e spettacoli, formative come l’Accademia d’arte drammatica “Nico Pepe” di Udine, compagnie come il Teatro Incerto o il Teatrino del Rifo artefici di un teatro in lingua friulana, e tanti giovani attori professionisti.
Per raccontare tutto ciò, Patui ha intervistato 21 protagonisti di questa “nouvelle vague” teatrale friulana. Sulle poltroncine di un elegante studio, illuminato da luci calde e arredato con monitor e telecamere, vediamo così succedersi gli attori e le attrici Maria Ariis, Manuel Buttus, Claudio Moretti, Giuliana Musso, Ariella Reggio, Massimo Somaglino, Sandra Toffoletti e i Papu Andrea Appi e Ramiro Besa; figure che al lavoro artistico hanno affiancato quello organizzativo, come Rita Maffei e Walter Mramor; organizzatori e tecnici dello spettacolo come lo stesso Alberto Bevilacqua con Renato Quaglia e Marco Neri; Sergio Cuzzi, tra i fondatori dell’Ert, di cui in seguito è stato vicepresidente e presidente. E poi ci sono i politici, Dario Barnaba – che in veste di assessore regionale alla Cultura fu il padre della famosa legge 68 “Interventi regionali per lo sviluppo e la diffusione delle attività culturali” del 1981 («siamo tutti figli “della” 68», ha detto scherzando Bevilacqua) – e Enrico Bulfone, all’epoca assessore provinciale alla Cultura. Ancora, i giornalisti Mario Brandolin, Nico Nanni e Gian Paolo Polesini. A fare sintesi, gli interventi dello storico Angelo Floramo.
In tutto, ha spiegato Patui, sono state realizzate otto ore e mezza di interviste, che il montaggio ha sintetizzato, con ottimo ritmo, nei 55 minuti di durata del documentario. A separare gli interventi e accompagnare le immagini d’archivio, c’è una colonna sonora, dal sapore jazz, ideata dal compianto U.T. Gandhi («è il suo ultimo lavoro musicale», ha detto Patui) e che il pianista Mauro Costantini ha ripreso e completato.
Ne esce un variegato mosaico di testimonianze. Dopo aver ricordato dov’erano e come hanno vissuto la scossa del 6 maggio, gli intervistati raccontano quello che è successo dopo il sisma nel mondo della cultura, a partire dalla valorizzazione delle radici friulane, un impegno per «recuperare per via culturale quello che era stato perso per via materiale». Una «cultura nata dal basso, dalle tende e dai comitati di tendopoli», evidenzia Somaglino nel documentario. E così anche grazie alla legge regionale – che ha consentito pure di sviluppare l’edilizia teatrale nei più piccoli paesi, ricorda Barnaba – «il teatro è esploso», afferma Maffei. E così, aggiunge, «mentre prima chi voleva lavorare nel teatro era costretto ad andare a Roma o Milano, noi siamo stati la prima generazione che ha potuto scegliere di restare e fare questo mestiere in Friuli».
Inoltre, accanto all’attività produttiva – culminata in allestimenti come “I Turcs tal Friùl” – gli intervistati ricordano l’arrivo e l’ospitalità di importanti spettacoli e attori italiani.
Un mosaico di voci, dunque, “La forza dei legami”, capace di trasmettere «l’emozione umana di chi ha vissuto quella stagione», ha detto il presidente dell’Ert, Fabrizio Pitton, alla presentazione. Un racconto corale, anche con qualche accento critico sull’oggi – come la riflessione di Giuliana Musso: «Questa terra ha saputo dare forza ai suoi artisti. Sarebbe bello che tornasse a farlo» –, ma dal quale emerge come il Friuli dal punto di vista teatrale sia un caso «unico in Italia», nato da una spinta dal basso e grazie a tante diverse forze. «Il terremoto – conclude Patui – ci ha insegnato che per la cultura è più importante meticciare, mescolare, che conservare».
Stefano Damiani














