Il 50° anniversario del terremoto del 1976 è stata la grande occasione di riparlare del Modello Friuli. La ragione di questo orgoglio legittimo di un intero popolo è ad evidenza basato sul risultato: la Ricostruzione del Friuli terremotato ed il nuovo avvio che ha avuto l’intera economia regionale.
Meno evidente è stata la metodologia di lavoro che ha consentito quel risultato corale, come primo esempio italiano di una ricostruzione completa post sisma. Quel metodo della partecipazione corale è stato l’esito della rottura rispetto all’affidamento ad un commissario demiurgo (vedasi il cattivo esempio del Belice), che nella prima fase, quella dell’emergenza, è stata riproposta con l’ottimo Commissario Zamberletti, poi ricalibrata attorno al compito attinente l’emergenza e le funzioni statali sul territorio. La novità del Modello Friuli, che poi ha portato ad una partecipazione corale all’opera immensa della Ricostruzione, si deve ad Aldo Moro che propone alla classe dirigente regionale un nuovo rapporto tra Stato e Regione. Lo Stato assicura le risorse economiche, definisce le regole quadro della ripartizione delle competenze secondo il principio delle autonomie, per la prima volta dalla Costituzione del 1948.
L’applicazione del principio dell’autonomia portò ad una partecipazione corale nella Ricostruzione del Friuli terremotato: le strutture territoriali dello Stato (dalle Prefetture alla presenza delle Forze armate di stanza in Friuli), orientate al compito primario della Ricostruzione, gli organi della Regione che per questa parte dell’attività trovarono un modo condiviso e corale di agire fornendo uno slancio efficace alle strutture create specificatamente a questo scopo (la Commissione consiliare speciale, il Segretariato generale per la ricostruzione) e questo accadde fino a determinare un nuovo stretto rapporto con i Consigli comunali e la funzione dei Sindaci, come funzionari delegati. Tutto questo diede un nuovo effettivo protagonismo anche alle comunità locali.
Quel principio di autonomia, pur presente nella Costituzione come uno dei principi guida, era stato dapprima compresso nella organizzazione dello Stato a causa dell’effetto sulla prassi politica del conflitto ideologico della Guerra Fredda e poi l’inerzia centralistica fu giustificata con le esigenze di governo del mercato imposte dal neocapitalismo e della integrazione europea. Le stesse Regioni ordinarie, nate a partire dal 1970, diventano per questo strutture di Governo di tipo centralistico invece di dare corso al Modello costituzionale delle Autonomie. Il Modello della sussidiarietà è certamente nella testa di Aldo Moro fin dalla Assemblea costituente e perciò non deve meravigliare che sia stato proprio lui, presidente del Consiglio, a dare impulso prima alla nascita della Regione Friuli-Venezia Giulia nel 1963, poi al varo delle Regione ordinarie nel 1970 e, infine, a proporre il Modello delle Autonomie per la Ricostruzione dopo il terremoto del 1976.
E non si può che portare rispetto verso la classe politica di quei tempi della nostra Regione che, conoscendo le difficoltà immani dell’opera della ricostruzione, le prese in carico contribuendo a costruire l’armatura istituzionale basata sul principio delle Autonomie. L’allora presidente della Regione Antonio Comelli chiese di poterci pensare almeno una notte. E l’adesione fu per certo una decisione da “far tremare le vene e i polsi”.
Si deve anche guardare l’effetto di maturazione che quel Modello delle Autonomie ebbe sullo spirito laborioso e volitivo dei friulani. E questo accadde nella stessa visione delle priorità: prima le fabbriche, poi le case e infine le chiese è uno slogan che nasce dalla testimonianza di padre David Maria Turoldo che ha sentito un emigrante che guarda le macerie della sua casa e dice che bisogna assicurare lavoro per evitare il rischio che riprenda l’emigrazione. Quella testimonianza venne ripresa da una assemblea dei preti di Glesie Furlane e poi fatta proprio da mons. Alfredo Battisti arcivescovo. E la classe politica aderirà!
Quel Modello ha funzionato. I risultati lo attestano. Nel celebrare il 50° del Terremoto è necessario dunque che la classe dirigente si domandi se esso sia stato smantellato e se, per conseguenza, il Friuli-Venezia Giulia sia ora più debole. E’ necessario che si riprenda l’orgoglio della gestione del “principio di autonomia” nel rapporto con lo Stato (talora c’è l’impressione di una rinuncia della classe dirigente regionale che asseconda l’intenzione dello Stato di voler recuperare alcune politiche di settore sull’errato presupposto di una maggiore efficienza della gestione centralizzata) e dall’altra che si riprenda con chiarezza la linea della sussidiarietà nell’ambito delle relazioni istituzionali infra regionali, evitando inutili accentramenti gestionali a scapito di un esercizio effettivo della gestione della Regione attraverso il sistema delle autonomie.
In questa nuova situazione va ri-attualizzato il Modello Friuli. Il ruolo identitario delle comunità locali non confligge con la partecipazione ad obiettivi comuni, anzi condivisi gli obiettivi si può procedere più efficacemente. Lo dimostra l’esperienza della Ricostruzione. La stessa re-introduzione delle Province va pensata come la possibilità/occasione di una nuova ripartizione di competenze e distribuzione dei compiti tra i diversi livelli (Comuni, loro strumenti di aggregazioni in aree più vaste, Province, Regione). Questa è la politica di impianto delle istituzioni che sollecita ad uno sforzo comune al di là dei momentanei ruoli di maggioranza e opposizione. E davvero misura il valore delle classi dirigenti.
Danilo Bertoli
già parlamentare













