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No ai social sotto i 14 anni. Divieto o tutela?

Smartphone sì o no? E ancora: social sì o no? La questione non è derubricabile a un semplice dilemma familiare, ma è – udite, udite – un tema di salute pubblica. Tanto è vero che diversi Paesi stanno valutando di introdurre un limite minimo di età per l’iscrizione a determinate piattaforme digitali. Sulla questione si è espresso anche il presidente della Regione, Massimiliano Fedriga: «Sono favorevole al divieto di smartphone per i minori di 14 anni», ha affermato in occasione della presentazione della Relazione annuale al Parlamento sulle dipendenze, a fine giugno, precisando di non considerare i divieti una soluzione in sé: «Non penso lo siano, ma possono essere uno strumento comunicativo». Ma la voce più autorevole che si è levata a sostegno della limitazione è – udite, udite, di nuovo – quella di Papa Leone XIV, che in un passaggio dell’enciclica Magnifica Humanitas, accanto all’intervento educativo, evoca «opportuni interventi legislativi che fissino limiti di età». È forte l’appello del Papa a «opporsi, con scelte pubbliche lungimiranti, all’interesse immediato delle piattaforme». Scelte certamente impopolari, come nel caso dell’Australia, che da dicembre 2025 ha vietato l’uso dei social media ai minori di 16 anni. Ma con esiti sorprendenti. «Il primo risultato, che non va sottovalutato, è che se un’istituzione decide di tutelare i propri cittadini minorenni, ha la possibilità di farlo. Anche di fronte a poteri economici enormi». È molto pragmatico Giacomo Trevisan, coordinatore delle proposte formative dell’associazione MEC (Media, educazione e comunità), attiva con percorsi di educazione digitale in decine di scuole del Friuli-Venezia Giulia e con progetti di sensibilizzazione per adulti. «I milioni di account di minorenni chiusi nel giro di pochi mesi in Australia sono stati la prova che il problema non è tecnico, ma è una scelta di salute e di priorità nella crescita dei minori.»

Giacomo Trevisan

Dopo i primi sei mesi di limitazione, come stanno i ragazzi australiani?

«A oggi il 30% dei minori che sono usciti dai social network non sono più rientrati, mentre il 70% utilizza altre piattaforme con degli stratagemmi. È un dato che alcuni potrebbero leggere come un fallimento: la maggior parte è comunque rimasta sui social. Tuttavia, stiamo parlando di cambiare un’abitudine consolidata negli anni: se in meno di un anno un minore su tre è già stato tutelato, è un risultato enorme rispetto ad altre campagne su comportamenti a rischio, come per esempio contro il fumo.»

Cosa possiamo dire riguardo all’età dei ragazzi a cui sono stati chiusi gli account sui social media?

«In questi dati, che non sono ancora completi, si fa riferimento soprattutto a chi normalmente aveva accesso ai social network, cioè ai ragazzi tra gli 11 e i 16 anni; non abbiamo dati sui minori di 11 anni. Se qualcuno potrebbe porsi il dubbio se sia giusto o meno togliere i social a 15 anni, nessuno di noi si porrebbe lo stesso dubbio sul divieto a 9-10 anni. Il nostro parere è che mettere delle regole chiare per i più piccoli, anche in forma di legge, sia fondamentale.»

In realtà un limite di età per l’iscrizione ai social media e a strumenti di messaggistica (come WhatsApp) c’è già ed è fissato ai 14 anni. Cosa osservate nei ragazzi che incontrate?

«Questi limiti non vengono assolutamente rispettati. Da una nostra indagine dell’anno scorso emerge che oltre la metà degli studenti in quinta elementare, quindi a 10 anni, ha già un accesso autonomo a questo tipo di applicazioni, compresi social network. Una regolamentazione c’è, ma il fatto che non ci sia nessuno sforzo né per verificarla, né per sensibilizzare gli adulti, fa sì che tante famiglie non riescono a mettere un freno a questo tipo di utilizzo. Quando in quinta elementare parliamo con ragazzini e ragazzine che hanno già dovuto gestire situazioni di offese online, cyberbullismo, tentativi di adescamento o accesso a contenuti non adatti tramite i social, è evidente che c’è un problema.»

Che effetti ci sono sulla salute mentale dei ragazzi?

«Le ricerche dimostrano correlazioni importanti tra l’uso dei social media e l’incremento di ansia e depressione, con un abbassamento dell’autostima. I principali indagati, con evidenze sempre più chiare e nette, sono proprio i social network. Qui si accende un allarme psicologico, in quanto i social network sono creati con una serie di meccanismi di gratificazione sociale che rendono dipendenti e che influiscono sulla percezione di sé e sulla propria autostima.»

Sul banco degli imputati ci sono solo i social media?

«Il primo fattore che va a influire sulla crescita dei ragazzi è lo schermo digitale e la sua possibilità di intrufolarsi 24 ore su 24 in spazi della vita quotidiana che invece avrebbero bisogno di concentrazione, sguardo e presenza: ad allenamento, a scuola (dove magari viene utilizzato di nascosto), fino alla notte in cui può essere facilmente messo sotto un cuscino. Il secondo tema è cosa si fa con questo schermo: è molto diverso giocare con un videogame adatto all’età, che non crea problemi, o con un videogame non adatto, con contenuti violenti o psicologicamente pesanti. Per arrivare all’intelligenza artificiale, una tecnologia il cui impatto è ancora tutto da studiare.»

C’è chi sostiene che il divieto non serva a nulla, ma si debba puntare tutto sull’educazione. Le due cose non si escludono…

«“Vietare non serve” è una frase utile a guadagnare visibilità sui media, ma non ha fondamento scientifico. A nessuno verrebbe in mente che “non serve vietare” ai bambini di 10 anni di guidare l’automobile, esattamente come nessuno penserebbe di dire che “non serve vietare” l’acquisto di alcolici ai bambini di 8 anni. Il divieto, in questi casi, è una tutela per tutti. La regola deve esserci e deve essere accompagnata da una strategia educativa. Se abbiamo una regola senza lavoro educativo andiamo a sprecare un’opportunità di far crescere e accompagnare all’autonomia. Dall’altra parte, se abbiamo solo il lato educativo senza una regola chiara (che sostenga i genitori, e non solo), ecco che abbiamo un’arma spuntata. Per essere efficaci, le due cose dovrebbero andare sempre a braccetto.»

Abbiamo parlato spesso di tutela, una parola con un’accezione positiva. “Divieto”, invece, è un termine negativo. È necessario cambiare il linguaggio?

«Sì, assolutamente. Aggiungerei anche la parola “responsabilità”. A volte è più facile e comodo non scegliere. Invece come adulti abbiamo il dovere di darci degli obiettivi che riguardano la salute, la crescita, la tutela dell’infanzia. Quando i dati scientifici diventano sempre più chiari, serve il coraggio di prenderci la responsabilità di fare delle scelte a tutela dei più fragili e piccoli, per accompagnarli alla scoperta di strumenti digitali interessanti e importanti per il loro futuro.»

Giovanni Lesa

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