Mentre la Regione ha fatto risorgere le quattro province di Udine, Pordenone, Gorizia e Trieste, in Altro Friuli c’è chi ricoltiva l’idea di un ente specifico per la montagna e, nel frattempo, si sta sviluppando la raccolta di firme per la proposta di legge popolare che prevede due enti di area vasta, uno per il Friuli con capoluogo ad Aquileia e uno per Trieste, con confine fissato alla foce del Timavo.
L’iniziativa è di un Comitato promotore di cui fanno parte, tra gli altri, Luca Campanotto e Barbara Moratti (di Rivignano Teor), Fausto Brunello (Pasian di Prato), Andrea Zilli (Mereto di Tomba) e Claudio Antonio Boaro (Gonars). L’obiettivo dichiarato dai promotori è alleggerire e semplificare il sistema degli enti locali, con una struttura ritenuta più coerente con la natura storica, linguistica e territoriale del Friuli-Venezia Giulia; con il trattino – si raccomanda l’avvocato Luca Campanotto – perché è una realtà almeno in parte duale. Da una parte, dunque, ci sarebbe l’ente del Friuli, dall’altra quello con capoluogo Trieste.

La proposta: due province
Il disegno richiama il principio di sussidiarietà verticale: tutto ciò che non richiede gestione diretta a livello regionale e che non deve essere attribuito ai Comuni dovrebbe essere assegnato ai nuovi enti di area vasta. Sotto il profilo istituzionale, entrambi disporrebbero di consiglio, giunta e presidente.
Per il Friuli il numero dei seggi verrebbe calcolato in rapporto alla popolazione residente, con un rappresentante ogni 20 mila abitanti e arrotondamento all’unità superiore. Il presidente e il consiglio sarebbero scelti direttamente dagli elettori residenti, con mandato di cinque anni rinnovabile una sola volta. È previsto il limite al terzo mandato.
Secondo la proposta, i due enti avrebbero autonomia politica e normativa, sia sul piano statutario sia su quello regolamentare. Gli statuti dovrebbero prevedere strumenti concreti di tutela e promozione dei gruppi linguistici, insieme a forme di partecipazione popolare diretta all’attività amministrativa.
Sul versante finanziario, i promotori prevedono autonomia di entrata e di spesa per i due enti, nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica. La Giunta regionale dovrebbe destinare ogni anno ai nuovi organismi almeno un decimo delle compartecipazioni erariali regionali ricavate dai rispettivi territori nell’anno precedente, oltre a coprire i costi iniziali di avvio.
Nella relazione introduttiva i promotori osservano che una riforma di questo tipo richiederebbe prima un referendum consultivo regionale, almeno per l’area friulana compresa tra Livenza e Timavo. Il testo esclude dall’applicazione della futura legge gli enti montani, la Comunità Collinare del Friuli e le altre forme intercomunali volontarie già costituite, oltre agli organismi associativi con funzioni rappresentative o consultive dei gruppi linguistici.















