Cento anni insieme

15 maggio 1976. Così, nel primo numero dopo il sisma, Vita Cattolica raccontava l’Orcolat

«Abbiamo visto genitori alla ricerca dei figli, figli alla ricerca dei genitori, persone che cercavano amici e parenti e i loro occhi erano umidi e gonfi. E quando ci si trovava in vita erano lacrime di gioia, di fronte ai cadaveri lacrime di dolore». La soave penna dell’allora direttore Domenico Zannier racconta così il dramma dell’Orcolat sulle colonne del primo numero che la Vita Cattolica pubblica appena pochi giorni dopo il terribile sisma del 1976, il 15 maggio. A grandi caratteri, in prima pagina, un titolo che ha il sapore della promessa: «Dopo la tragedia la speranza». E, accanto alle foto drammatiche della devastazione e dei soccorsi, la dedica del numero «ai friulani che hanno perso la vita nel disastro che ha sconvolto la nostra terra».
Il giornale, che pubblicherà nelle pagine seguenti ampi resoconti sul terremoto, si manterrà sempre fedele – in questo, come nei numeri successivi – al doppio mandato di testimoniare l’emergenza senza compromessi, dando nel contempo voce alla speranza della gente, alimentata dalla fede.
La Vita Cattolica del 15 maggio 1976 definisce la tragedia che ha colpito il Friuli «una guerra, nella quale non si può combattere in alcun modo, ma solo curarsi – dopo – le ferite». «Il nostro Friuli ha cambiato volto. La sua identità morale e culturale è stata sconvolta», si legge nel sommario di prima pagina, che rende immediatamente esplicita la volontà (missione) del settimanale diocesano di farsi portavoce della gente anche in questo momento di dolore: «I friulani ora chiedono solamente “permesso” di ricostruire secondo la loro cultura e laboriosità». Si sceglie tutta la forza della marilenghe per l’appello finale: «Judìn in Friûl a ripiâ la sô vite di lavôr e di buine armonie».

«Ricostruiremo il Friuli anche per loro»

Nell’edizione del 15 maggio Vita Cattolica sceglie di pubblicare, comune per comune, l’elenco dei feriti e delle vittime, sotto al titolo-promessa: «Ricostruiremo il Friuli anche per loro».
Al racconto della disperazione della gente, dello strazio dei corpi rinvenuti sotto alle macerie e delle prime notti sotto le tende si accosta sempre uno sguardo di luce. «C’è un fattore positivo, dopo il disastro – scrive Ettore Tamos –: la possibilità di ritrovarci assieme per ricostruire il nostro Friuli, secondo noi». «Ora tocca cominciare a rimarginare le ferite», gli fa eco pre Meni Zannier, ricordando che «la vera ricostruzione nasce dal cuore di un popolo ferito e colpito, che ama la sua terra e l’eredità dei suoi avi, quale è il popolo la cui compostezza e la cui forza morale abbiamo, nell’incubo del sisma, considerato e ammirato».
E, ancora, altre parole di speranza, nelle pagine successive con il messaggio di cordoglio giunto da Papa Paolo VI: «Piangiamo insieme! (…) Cominciamo così a scoprire qualche bene, e non mediocre, sia anche nel male che ci colpisce. Il primo bene, è la solidarietà; il dolore si fa comunitario, e nel nostro abituale disinteresse, e nelle nostre contese egoiste ci fa sperimentare uno sconosciuto amore. Ci sentiamo fratelli, diventiamo cristiani (…) E poi impariamo a “vincere il male nel bene”, cioè a far scaturire energie positive di bene dalla stessa sventura che ci affligge».
Ancora, Vita Cattolica pubblica il testo integrale dell’omelia dell’arcivescovo Alfredo Battisti alla Messa celebrata a Tolmezzo il 9 maggio, meno di tre giorni dopo il sisma, con il titolo “Questa tragedia può diventare un segno”: «Fratelli italiani, abbandonate gli odi – le parole dell’Arcivescovo – (…) l’amore qui in Friuli oggi è l’unica cosa che resta, è l’unica cosa che conta».
Non mancano infine nel giornale la notizia dei provvedimenti per l’emergenza del Governo e del primo stanziamento – di 382 miliardi di lire – per l’emergenza (con la rassicurazione da parte del ministro Morlino, che la Regione «godrà del massimo di autonomia nell’attuare i programmi di intervento, insieme con i Comuni e con le Province») e il racconto dei primi aiuti messi in campo dalla Chiesa con l’attivazione di due centri di coordinamento: uno all’Oda di via Aquileia, l’altro in Arcivescovado, coordinato dall’allora vicario episcopale per il clero, don Emilio De Roja. «È un segno di speranza e di fede vedere la Curia udinese invasa da questi giovani instancabili che giorno e notte sono impegnati per organizzare i soccorsi e gli aiuti che arrivano da ogni parte e per distriburli ai centri segnalati», rimarca mons. Battisti.

Vita Cattolica nel dopo-terremoto

La tragedia del terremoto avrà effetti anche diretti sul giornale. Il direttore, pre Meni Zannier, colpito gravemente dalle conseguenze del sisma nella sua Casasola (Majano) si dimetterà nel giugno del 1976, lasciando il testimone a Ottorino Burelli (già direttore dal ‘66 al ‘75).
Nei mesi successivi l’arcivescovo Battisti nominerà don Duilio Corgnali direttore del Cedi, il Centro di documentazione e informazione, un gruppo di scrittori e giornalisti voluto dallo stesso Arcivescovo e dal direttore della Caritas italiana, mons. Giovanni Nervo, per raccogliere tutta la documentazione su ciò che stava emergendo nell’immediato post terremoto. Corgnali sarà affinacato da mons. Valentino Costante e il lavoro del Cedi finirà sulle pagine di Vita Cattolica con servizi, inchieste, interviste, che spesso scuoteranno gli ambienti politici. Da questo servizio esemplare di monitoraggio scaturirà anche l’Assemblea dei Cristiani per la ricostruzione (giugno 1977).
Valentina Zanella

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