Concorso 50° terremoto

42 – Spera, sogna, credi: l’amore salva il mondo

Il canto di un gallo. Un rombo sordo. La sensazione atroce di precipitare. Silenzio. Bruna si svegliò di soprassalto. Da settimane quell’incubo la perseguitava. Non riusciva a prendere sonno, a riposare tranquillamente, a trascorrere notti serene. Il tempo si era fermato a quella notte. Sì, quella notte in cui tutto era cambiato. Quella notte in cui tutte le sue certezze, i suoi affetti e la sua stessa vita si erano sgretolati. Bruna aveva solo 6 anni, ma quella notte era rimasta impressa nella sua mente in modo indelebile. Spaventata si guardò attorno. La piccola stanzina di quel minuscolo appartamento dove sua zia l’aveva portata dopo l’accaduto era avvolta nella penombra, mentre una flebile luce entrava dalla finestrella. Rannicchiandosi tra le lenzuola e stringendo forte la sua amata Lucy, quell’unica bambola ereditata dalla mamma a cui teneva tanto, la bambina iniziò a osservare le stelle e quella luna talmente luminosa e lucente che sembrava guardare proprio lei. Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale? (Giacomo Leopardi “Canto notturno di un Pastore errante dell’Asia”, dai Canti). Le lacrime iniziarono a bagnarle le gote, il terrore la immobilizzò, un tremore incontrollabile l’avvolse, il corpicino teso, gli occhi sbarrati, quegli occhi celesti come le acque cristalline dell’oceano, ereditati dalla mamma. Dov’era ora la sua mamma? Dov’era ora il suo papà?

Era un pomeriggio qualunque di maggio. Un giovedì radioso che Bruna aveva trascorso insieme ai cuginetti. Il tempo era volato, tra giochi e risate tra le viette di Venzone, il suo paesino. Dopo aver salutato gli amichetti alla porta di San Genesio, era rientrata a casa accaldata da quella strana atmosfera afosa, accolta dalla sua mamma. Tutto era pronto: la tinozza per fare il bagnetto, come l’inseparabile Lucy che l’attendeva come ogni sera, pronta a consolarla in ogni circostanza. Recitata la preghiera, la mamma le aveva accarezzato il bel visetto paffuto, baciandole la fronte. “Sogni d’oro piccola mia” erano state le ultime parole di mamma Irma, udite dalla piccola Bruna, prima di sprofondare in un sonno senza sogni.

Quel pianto, quasi soffocato, attirò l’attenzione di zia Isa, che avvicinandosi pian piano alla bimba, tentò di consolarla. Bruna non proferiva parola dalla notte del terremoto. Quella bimba così vivace, intelligente e piena di vita sembrava essersi inabissata in un eterno silenzio. Da quando Irma era rimasta sotto le macerie e papà Pietro aveva deciso di restare a Venzone per collaborare alla ricostruzione e all’aiuto agli sfollati, zia Isa si era fatta carico della piccola Bruna, la quale, senza versare una sola lacrima, l’aveva seguita fino a Lignano. La bimba aveva vissuto per un periodo nelle tendopoli organizzate dai tanti volontari per poi trasferirsi, insieme a centinaia di persone, in piccoli appartamenti nella cittadina di Lignano. Era la prima volta che Isa vedeva Bruna piangere dopo il terremoto. Che fare? Come consolare una creatura così dolce e fragile che, come centinaia di persone, aveva vissuto l’inferno in terra? Come spiegarle l’inspiegabile?

La terra tremava. Bruna si era svegliata di soprassalto. Ad un tratto, un tonfo sordo. Il tetto della casa che collassava, vetri in frantumi, polvere che rendeva tutto grigio come la nebbia, un odore acre e irrespirabile. Urla. “Bruna!!” “Mamma, papà!!” aveva gridato lei. Due mani

forti e possenti l’avevano afferrata e trascinata fuori dalla casa in una corsa disperata, poi il buio. La bimba non sapeva esattamente cosa fosse successo in quell’arco di tempo in cui aveva perso conoscenza. Ciò che ricordava era l’essersi svegliata al canto di un gallo lontano. La scena che le si era presentata davanti era apocalittica. Un intero paese raso al suolo e ridotto a cumuli di macerie. La sua mamma non c’era più, schiacciata da una trave. Il suo papà, che l’aveva salvata per miracolo, si era da subito unito ai gruppi di lavoro.
Bruna era scossa dai singhiozzi. Quel peso che portava nel cuore da settimane era diventato insostenibile. La paura di rivivere l’invivibile, il terrore che potesse riaccadere da un momento all’altro, l’accettare la perdita di mamma Irma. Perché? Perché? Zia Isa le accarezzò il viso dolcemente, proprio come faceva la sua mamma. In quell’istante Bruna guardò gli occhi della zia, pieni di amore e tenerezza e furono proprio quegli occhi a riportarla di nuovo indietro nel tempo: un anziano signore le porgeva un piatto colmo di pastasciutta con uno sguardo così amorevole da colmarle il cuore. Sì, dolore e amore sono sentimenti complementari perché non c’è amore più grande che donare la vita per chi soffre, per chi ha perso tutto, per chi altro non ha bisogno che di un pasto caldo, un sorriso, una carezza o una parola buona. Un piccolo gesto rivolto ad un sofferente può davvero salvare il mondo, ridonando speranza e fede all’infelice.

 

◀️ Torna all’indice

Nelle edizioni de La Vita Cattolica dei giorni 7, 13 e 20 maggio 2026 è presente un coupon per la votazione delle opere del concorso “1976. Racconti per ricordare”. I coupon vanno inviati entro il 24 maggio all’indirizzo: UNPLI Friuli Venezia Giulia APS – Piazza Manin, 10 – 33033 Passariano, Codroipo (UD). È possibile cumulare diversi coupon in un’unica spedizione.

Articoli correlati