Concorso 50° terremoto

49 – È dal dolore che si può ricominciare

Gemona del Friuli, maggio 1976

Mia moglie Lucia mi ha appena raggiunto sul divano dopo aver finito di sistemare la cucina, fa caldo e abbiamo le finestre aperte da cui entra il rumore dei tanti cani che abbaiano.

Una scossa. La paura.

Gli oggetti che cadono dai mobili. La paura.

L’odore pungente della calce. La paura.

Il rumore delle tazzine che si rompono. La paura.

La corsa per uscire subito di casa. La paura.

Dopo 59 secondi eterni tutto si ferma, io mi allontano da Lucia che fino a quel momento si trovava fra le mie braccia, alzo lo sguardo e la consapevolezza di ciò che era appena accaduto mi raggiunge veloce e senza scrupoli. La vista del mare di macerie che ci circonda e della nostra casa rasa al suolo mi paralizza. In sottofondo sento dei singhiozzi che presto si trasformano in pianti disperati di bambini e le urla della gente che pensa a chi non è riuscito ad uscire in tempo e che ora si trova bloccato sotto tonnellate di cemento. Mi si stringe il cuore.

Passato il primo momento di estremo turbamento inizio a guardarmi in giro e scorgo tutte le persone che, come me, si trovano confuse a cercare di capire cosa sia effettivamente successo. Noto come la gente sia vestita in maniera insolita: chi è sceso in accappatoio, chi in pigiama e pantofole oppure coloro che si ritrovano ancora in divisa da lavoro. Questo particolare mi fa sorridere amaramente perché contribuisce a farmi rendere conto di come questa tragedia abbia bruscamente strappato via dalla sua quotidianità una comunità intera.

Si sta facendo tardi, e nonostante il trauma ancora fresco dobbiamo trovare un posto dove sistemarci per la notte, quindi stringo la mano di Lucia e mi incammino poco più in là dove prima si trovava la casa di suo fratello Federico; in particolare tra quelle rovine scorgo il velo di sua moglie, Maria, rotto e pieno di polvere, e quella scena, da sola così impattante, mi fa gelare il sangue nelle vene. Trattengo il respiro, quasi senza accorgermene, fino a quando non lo vedo chiaramente in mezzo alla strada accanto a sua moglie e ai suoi due bimbi, tutti salvi. A quel punto io e Lucia acceleriamo per raggiungerli il prima possibile e accertarci che sia davvero così, quasi fosse impossibile da credere, ci abbracciamo e io ringrazio silenziosamente per essere ancora tutti insieme. La notte la passiamo su dei materassi trovati tra tutta la confusione e che abbiamo disposto accanto a quelli di alcuni vicini con cui, prima di andare a dormire, preghiamo. Anche quando rimango da solo con i miei pensieri, immerso nel silenzio della notte continuo a pregare sperando che qualcuno lassù mi senta e riesca a cogliere tutta l’angoscia che stiamo vivendo.

La mattina arriva presto, e con lei anche i primi aiuti, in particolare quando mi alzo dal materasso vedo le squadre di soccorso organizzate già alla ricerca di quante più persone possibili ancora vive e subito dietro le barelle che trasportano veloci i corpi per le vie della mia Gemona, ormai distrutta. lo e Federico ci dirigiamo verso il campo sportivo poiché abbiamo sentito che lì c’è il punto di ritrovo per coloro che sono abbastanza in forze per dare una mano, qualunque cosa serva fare. Durante il tragitto non parliamo, non diciamo neanche una parola. Rimango ad osservare, sembra andare tutto a rallentatore intorno a me, come fosse fatto apposta per farmi vivere ancora di più tutto il dolore che mi circonda: percepisco le persone rimaste prive di casa, luce e sogni, andati sotterrati con i giochi dei bambini e i vari vestiti; riesco a sentire la gente disperata piangere i suoi cari ai lati delle strade e mentalmente penso alla mia Lucia ancora viva e ancora con me. Vedo i più piccoli, che si trovano lontani dai loro genitori che sono impegnati con i soccorsi, che cercano di intrattenersi come possono, aiutati anche da qualche donna che bada a loro. Nonostante questo comune sentimento di sofferenza e miseria che si avverte nell’aria e che minaccia di metterci in ginocchio proseguiamo, determinati ad arrivare al campo per sostenere quante più persone possibili, perchè negli occhi della stessa gente non vedo rassegnazione ma voglia di ripartire. Con questa immagine ancora fresca dentro di me, io e Federico arriviamo a destinazione, dove però mi si apre uno scenario che mai mi sarei aspettato: ci sono già centinaia di volontari, non solo provenienti da Gemona, radunati per collaborare, ognuno con vite diverse ma uniti in una sola causa rappresentata dalla ricostruzione delle nostre terre.

Tra tutta la folla, inoltre, noto sotto una tenda una specie di tavolo sistemato con quel che si poteva, e spinto dalla curiosità vado a vedere, trovando una lunga fila di fogli, alcuni già pieni, con su scritto “Firme Università”.

Nel momento più buio della nostra storia noi abbiamo pensato all’istruzione, perché sapevamo che è dalla conoscenza che nasce ogni rinascita: nello studio si formano nuove menti e nei giovani vive la forza di ricostruire il nostro futuro.

 

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