Quella sera di maggio del 1976, la terra tremò sotto il Friuli e cambiò per sempre la vita di migliaia di persone. Cinquant’anni dopo, due nonni hanno accettato di raccontare a un bambino curioso – il loro nipote – com’era quel momento, cosa hanno sentito, cosa ricordano. Due storie diverse, due luoghi diversi, due età diverse: eppure unite dalla stessa paura, dalla stessa notte lunga. Questa è la loro memoria.
Nonno Renato – dodici anni e un salotto che tremava.
Renato Campanella aveva dodici anni quando il terremoto arrivò. Si trovava in salotto – un momento normale di una sera normale – quando tutto cambiò in pochi secondi.
«Quando è iniziato il terremoto, siamo stati colti da paura e abbiamo cercato un posto sicuro dove ripararci» ricorda. Per fortuna, la loro casa se la cavò con danni lievi: qualche spaccatura ai muri e delle tegole cadute dal tetto. Niente di più. Ma quei pochi minuti sembrarono un’eternità.
«La paura è stata tanta. Non riuscivo a capire cosa stesse succedendo. Avevo solo dodici anni, ero troppo spaventato e ho aspettato che tutto passasse.»
Era buio. Questo è il dettaglio che rimane più vivo in lui: non le immagini, ma i suoni. «Non ricordo bene le immagini – era buio – ma sentivo le tegole che cadevano dal tetto.» Un rumore sordo e continuo, il suono di una casa che perdeva pezzi di sé.
Anche suoi genitori erano spaventati, ma cercarono di fare quello che i genitori fanno sempre: proteggere. «Hanno cercato di calmarmi e di portarmi fuori casa, al sicuro.» Nei giorni successivi, la famiglia allestì dei ripari di fortuna nei garage del cortile, dove trascorsero le notti. Dormire dentro casa sembrava ancora troppo rischioso.
Quelle notti successive furono, nelle sue parole, «un incubo»: la terra continuava a tremare, e il pensiero che la casa potesse subire altri danni lo faceva stare male. I bambini sentono queste cose nel corpo, non solo nella testa.
Del periodo della ricostruzione non conserva ricordi nitidi – era ancora troppo piccolo per partecipare agli aiuti – ma sa che i danni in Friuli furono ingenti. E oggi, guardando indietro da adulto, ha un messaggio per i giovani: «Il terremoto è un evento naturale, ma oggi, con le nuove tecnologie, possiamo prepararci in modo sicuro e gestire la paura in modo diverso.» La paura non scompare, ma si può imparare a conoscerla.
Nonno Luigi – ventinove anni e un palazzo di gomma
Luigi Tessarin aveva ventinove anni, quasi un uomo, ma quella notte di maggio lo raggiunse dove meno te lo aspetti: al quinto piano di un condominio. E i piani alti, in un terremoto, sono un’esperienza diversa da tutto il resto.
«Con grande paura. Abitavamo al quinto piano di un condominio che, col terremoto, si contorceva come fosse di gomma.» È un’immagine che non si dimentica: un edificio di cemento che si piega, ondeggia, respira come qualcosa di vivo. «Siamo scappati giù per le scale velocemente.»
Per fortuna, nella loro zona di San Giorgio di Nogaro, i danni furono limitati, Ma la fortuna non bastò a cancellare la paura. «Paura, ansia, incredulità» – così descrive con tre sole parole quello che provò in quei momenti. Tre parole precise come pugni.
L’immagine che è rimasta fissa nella sua memoria è il suono, prima ancora della vista: «Il grande boato simile al ruggito di cento leoni, e il movimento del condominio.» Un ruggito di cento leoni.
Chi ha vissuto un terremoto capisce quella descrizione meglio di qualsiasi spiegazione tecnica.
I suoi genitori erano terrorizzati quanto lui. Non aveva ancora figli in quel 1976, quindi non conobbe il peso di dover proteggere qualcuno di più piccolo. Nei giorni successivi, la famiglia dormì in macchina, tornando in casa solo saltuariamente, per breve tempo. Le notti erano dominate da un senso di allerta costante: «Paura che altre scosse facessero crollare tutto.»
La ricostruzione, Luigi la ricorda con una parola bella: solidarietà. «Con solidarietà, anche economica.» Lui e altri volevano andare nell’alto Friuli per aiutare, ma non fu loro permesso: c’era già troppa gente, tanti esperti, l’esercito italiano e persino quello austriaco. Le autorità cercavano di evitare assembramenti, e così la voglia di fare qualcosa rimase sospesa, insoddisfatta.
Il suo messaggio ai giovani è proprio questo: «Questo fatto insegna la solidarietà e ad aiutare il prossimo al momento del bisogno.» Non le macerie, non il boato – ma la risposta umana alle macerie. Quello che rimane, alla fine, è sempre la gente.
Due nonni, una sola memoria
Renato aveva dodici anni, Luigi ventinove. Uno era in salotto, l’altro al quinto piano di un condominio che dondolava. Uno sentiva le tegole cadere nel buio, l’altro il ruggito delta terra sotto i piedi.
Eppure, se si mettono le loro risposte una accanto all’altra, emerge qualcosa di comune: la paura improvvisa, il buio, la fuga, le notti insonni, la terra che non smetteva di muoversi.
E poi, su tutto, messaggi che lasciano ai giovani. Uno parla di tecnologia e preparazione. L’altro parla di solidarietà. Ma in fondo dicono la stessa cosa: non si può evitare che la terra tremi, ma si può scegliere come risponderle. Con la testa, con il cuore, con gli altri.
Il Friuli del 1976 lo sa bene. E ora lo sa anche chi ha ascoltato queste due storie.
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